Giudice ordina la chiusura dell’oleodotto Dakota Access

I proprietari dell’oleodotto Dakota Access (DAPL) devono interrompere le operazioni mentre il governo conduce un’analisi completa per esaminare il rischio che il DAPL rappresenta per la tribù Sioux di Standing Rock, ha deciso oggi un giudice federale. La decisione del tribunale ha segnato una grande vittoria per la tribù, che dal 2016 è impegnata in una lotta di alto profilo contro l’oleodotto.

La sentenza che ordina la chiusura del DAPL segna l’ultima parola di una decisione del 25 marzo dello stesso giudice. La sentenza ha stabilito che il Corpo dei Genieri dell’Esercito degli Stati Uniti ha violato il National Environmental Policy Act (NEPA) e ignorato le devastanti conseguenze di una potenziale fuoriuscita di petrolio quando nel 2016 ha autorizzato l’oleodotto. Il tribunale ha ordinato al Corpo di riesaminare i rischi dell’oleodotto e di preparare una dichiarazione completa sull’impatto ambientale, ma ha lasciato aperta la questione se le operazioni dell’oleodotto andassero interrotte mentre era ancora in corso un’azione legale.  Dopo aver analizzato attentamente la gravità delle violazioni legali del governo e i potenziali impatti sulla tribù e su terzi, la decisione odierna ha concluso che la chiusura dell’oleodotto era necessaria.

La chiusura rimarrà in vigore in attesa del completamento di un’analisi ambientale completa, che normalmente richiede diversi anni, e del rilascio di nuovi permessi. Potrebbe essere compito di una nuova amministrazione prendere decisioni definitive in materia di autorizzazioni.

“Oggi è una giornata storica per la tribù Sioux di Standing Rock e per tutte le persone che ci hanno sostenuto nella lotta contro il gasdotto”, ha dichiarato Mike Faith, capo della tribù. “Questo oleodotto non avrebbe mai dovuto essere costruito qui. Gliel’abbiamo detto fin dall’inizio”.

“Ci sono voluti quattro lunghi anni, ma oggi a Standing Rock è stata fatta giustizia”, ha detto l’avvocato di Earthjustice Jan Hasselman, che rappresenta la tribù. “Se gli eventi del 2020 ci hanno insegnato qualcosa, è che la salute e la giustizia devono essere prioritarie sin dall’inizio in ogni processo decisionale, se in seguito vogliamo evitare una crisi “.

Jan Hasselman ha poi scritto su Twitter che la compagnia Energy Transfer, proprietaria dell’oleodotto, ha subito presentato un ricorso per ribaltare l’ordinanza della Corte.

https://earthjustice.org/news/press/2020/judge-orders-dakota-access-pipeline-to-shut-down

Le favole di Snam sulla lotta alla crisi climatica

In occasione dell’assemblea degli azionisti di Snam in programma questa mattina, Re:Common denuncia come la società rappresenti una minaccia per il clima, perché puntando sul gas sta fornendo delle risposte sbagliate a un’emergenza globale ormai sotto gli occhi di tutti.

Snam è una delle principali società di infrastrutture energetiche al mondo, ed è prima in Europa per estensione della rete di trasporto (oltre 41mila chilometri) e capacità di stoccaggio di gas naturale (oltre 20 miliardi di metri cubi).

Proprio il gas è al centro del piano industriale della società, che è anche tra i principali operatori continentali nella rigassificazione, attraverso il terminale di Panigaglia e le quote negli impianti di Livorno (OLT) e Rovigo (Adriatic LNG) in Italia e di Revithoussa (DESFA) in Grecia, per una capacità di rigassificazione complessiva pro quota di circa 8,5 miliardi di metri cubi annui.

Una parte del gas liquido importato dai diversi impianti di Snam viene dal fracking statunitense: secondo quanto dichiarato dall’azienda in risposta alle domande scritte di Re:Common, il 47% del gas importato dal terminale OLT di Livorno ha questa origine. Una società così attenta alla crisi climatica, come Snam afferma di essere, dovrebbe penalizzare queste pratiche, che hanno un forte impatto su ambiente e comunità locali.

Snam è inoltre uno dei principali azionisti di TAP (Trans Adriatic Pipeline), il contestato tratto finale del Corridoio Sud dell’energia. Dopo l’estate è attesa la prima udienza del processo per disastro ambientale che vede coinvolta la società Trans Adriatic Pipeline AG Italia e diversi manager delle società contrattate per l’esecuzione dei lavori, incluso un manager di Snam, Gabriele Lanza. Snam non è tra gli imputati al processo.

“Quella del gas pulito è una sporca bugia, per cui dipingerlo come la soluzione alla crisi climatica è a dir poco fuorviante” ha affermato Elena Gerebizza di Re:Common. “Il gas è una fonte fossile e come tale inquinante, mentre le altre ricette di Snam, l’idrogeno e il sistema di stoccaggio della CO2, il Carbon Capture and Storage (CCS), sollevano altrettanti dubbi, dal momento che sono tecnologie ancora in sperimentazione, dai costi molto alti, e il cui effetto positivo di lungo termine sull’ambiente e sul clima è tutto da provare”, ha aggiunto la Gerebizza.

L’idrogeno oggi rappresenta quello che il gas naturale rappresentava ieri, l’ennesima falsa soluzione che promette di impattare meno senza dover cambiare il modello di sviluppo delle nostre società. L’instabilità di questo gas coincide con la sua pericolosità, la produzione di idrogeno pone altrettanti problemi di coerenza con l’uscita dalle fossili o con il modello di sviluppo di rinnovabili che vorremmo. Non ci sono ancora studi che dicano chiaramente che il gioco vale la candela. L’idrogeno rischia di essere una pericolosa distrazione dal cambio di modello necessario nell’immediato, unica strada per affrontare la crisi climatica.

“Non abbiamo bisogno di ricette obsolete incentrate sul gas e sulle grandi infrastrutture, ma di decentrare il più possibile sui territori la produzione energetica, puntando su fonti pulite, di piccole dimensioni e che puntino sul coinvolgimento attivo e consapevole delle comunità interessate”, ha dichiarato Filippo Taglieri di Re:Common. Snam è molto impegnata nell’attività di lobbying per promuovere lo sviluppo del gas. Dal 2015 al 2019, ha tenuto 26 incontri con alti funzionari della Commissione UE, riguardanti soprattutto TAP e Southern Gas Corridor. L’amministratore delegato della società, Marco Alverà, è dal 2017 presidente di Gas Naturally, potente associazione che riunisce 400 aziende del settore, ed è riuscito a far entrare Snam nell’Hydrogen Council, che riunisce gli ad di 60 aziende mondiale attive nell’idrogeno.

Fonte: https://www.recommon.org/le-favole-di-snam-sulla-lotta-alla-crisi-climatica/

TAR Lazio: il gasdotto SNAM è ecocompatibile col territorio

Nessuna illegittimità del decreto con il quale nell’aprile 2011 il Ministero dell’Ambiente pronunciò la compatibilità ambientale del progetto di ‘Metanodotto Sulmona-Foligno e Centrale di compressione di Sulmona’ presentato dalla società Snam Rete Gas, nonché del decreto emesso due mesi dopo con il quale ne fu dichiarata la “pubblica utilità”. L’ha deciso il Tar del Lazio, pronunciando una sentenza che ha respinto un ricorso proposto nel 2011 dal Comune dell’Aquila. La vicenda parte a fine gennaio 2005 quando Snam Rete Gas chiese la pronuncia di compatibilità ambientale per il progetto. Il comune dell’Aquila nel 2010 espresse parere negativo, rilevato tra l’altro l’impatto negativo per il territorio, per la sicurezza dei cittadini e per l’economia locale. Secondo il Tar, “la Valutazione d’impatto ambientale positiva prevede, in modo inequivocabile, che il provvedimento autorizzativo è rilasciato a condizione che si ottemperi” a una serie di prescrizioni; e “le esigenze di protezione ambientale sono state considerate e considerate in specifiche prescrizioni (pari a 67) che regolano la realizzazione del progetto sottoposto a Via”. In sostanza, quindi, per i giudici “le modalità operative seguite nella approvazione del progetto in argomento sono conformi alla disciplina vigente” e “il progetto in esame nel dare atto della valenza naturalistica-ambientale del territorio attraversato dal metanodotto, ha prescritto che Snam concordi con le Regioni e le ARPA competenti misure tese a proteggere, mantenere e migliorare la biodiversità del territorio”.Alla luce di tutto, per i giudici amministrativi, “non può dirsi, come ritenuto invece da parte ricorrente, che vi sia stato uno sbilanciamento, nella comparazione e valutazione degli interessi confliggenti, a tutto vantaggio dell’interesse economico-imprenditoriale della Snam e a discapito dell’interesse ambientale e della sicurezza dei cittadini. A tale riguardo deve ritenersi che, nel caso di specie, non sia stato valorizzato l’interesse meramente economico dell’impresa proponente, atteso che l’opera fa parte di un articolato progetto, di sicuro rilievo strategico, che mira ad assicurare l’approvvigionamento energetico ai cittadini e alle imprese nell’ambito di vaste aree regionali e dell’intero Paese”

Multe al cantiere della Snam dopo le proteste degli ambientalisti

Un migliaiao di euro di multa per aver violato la normativa del codice della strada e alcune prescrizioni sul cantiere. La polizia municipale di Sulmona ha sanzionato così il cantiere della Snam in piazza Di Bartolomeo dove da qualche giorno è in costruzione una struttura per l’installazione di una centralina per il rilevamento della qualità dell’aria. Un’operazione che ha sollevato le proteste dei comitati cittadini per l’ambiente che hanno presentato ben due esposti alla magistratura dopo essere stati allontanati dalla polizia di Stato dalla piazza proprio perché area di cantiere.
In realtà le autorizzazioni urbanistiche sono in regola perché, come spiega il Comune, non era necessaria l’apposizione del cartello dei lavori perché non si tratta di un’attività edilizia e non necessita di permesso a costruire, trattandosi della realizzazione di una protezione per l’unità mobile di rilevamento.

La polizia municipale, tuttavia, a seguito di un duplice controllo ha verificato l’assenza di apposita protezione per il passaggio dei pedoni e dei dispositivi di illuminazione, elevando così alla ditta due verbali.
Un’attenzione rivendicata dalla sindaca Annamaria Casini che si dice amareggiata per le critiche mosse dagli stessi comitati nei suoi confronti: “Il Comune non ha chiuso un occhio – dice la Casini – i Comitati ambientalisti protestano contro il Comune come non se non fossimo tutti dalla stessa parte, respingo le accuse al mittente. Il Comune di Sulmona è tra i pochi Enti che da anni sta contrastando con decisione il progetto della Snam con tutti i mezzi a disposizione, nelle sedi preposte, come le aule giudiziarie e le sedi ministeriali, con documentazioni e azioni concrete”.

Fonte: https://www.ilgerme.it/multe-al-cantiere-della-snam/

Riondino: Sicuramente quel pezzo di acciaio è costata qualche vita umana a Taranto…

Stamattina per un motivo strano ho deciso di comprare LaRepubblica, sono in vacanza e forse per un omaggio alla sua vecchia credibilità ho deciso di leggere le sue notizie. Tra le prime pagine trovo però il motivo per cui ho deciso un giorno di abbandonarla e di fuggire alla sua informazione di “regime”. In bella mostra compare l’immagine di un coil tutto tirato a lucido, manco fosse stato leccato dagli operai più stacanovisti che la mente umana possa mai immaginare. Compare il nome e il logo di Arcelor Mittal, compare la città di Taranto e compare anche una descrizione che lascia poco all’immaginazione: questa fabbrica è magnifica e guardate com’è sublime l’acciaio che sforna ogni giorno. Chissà quanto è costato questo spazio pubblicitario ad Arcelor Mittal? Chissà quanto ci ha guadagnato LaRepubblica? Sicuramente quel pezzo di acciaio è costata qualche vita umana a Taranto, qualche diagnosi oncologica, qualche migliaio di euro speso in viaggi della speranza verso i centri soecializzati in malattie tarantine li al nord dove siamo soliti andarci a curare o a morire. Sicuramente questo servizio non vale il prezzo di questa carta che risulta sempre più straccia. Mai più concedere credibilità a un organo di stampa che da credito a una ditta che contribuisce ad ammazzare i suoi lettori.

Bruxelles, verso un vero e proprio “ecosistema” dell’idrogeno verde

Mercoledì 8 luglio a Bruxelles era di scena la rivoluzione dell’idrogeno. Dopo decenni spesi a discutere di idrogeno verde, blu, grigio, nero e amaranto, alla fine, grazie anche a una robusta presa di posizione (una vera e propria fuga in avanti) della Germania, anche la Commissione Europea è stata costretta a arrendersi all’idrogeno verde (e non era così sicuro visto che gli organizmi consultivi comunitari europei come la technology Platform del 2003 o la Joint Undertaking for Hydrogen and Fuell cells del 2006, erano infarciti di dinosauri fossili disposti a vender cara la pelle pur di non cedere terreno alle rinnovabili nella produzione di idrogeno. E invece con la Comunicazione nr 301 (Final) l’esecutivo comunitario propende decisamente per l’idrogeno da fonti rinnovabili e chiarisce definitivamente che l’unico idrogeno “pulito” è l’idrogeno verde e cioè da fonti rinnovabili senza emissioni. Tutto il resto non si qualifica nel programma europeo anche se però si lascia aperta una porta per la sola fase di transizione, all’idrogeno fantasiosamente ridenominato “blu” (cioè a quello prodotto da fonti fossili senza emissioni di carbonio, cosa che al momento, più che altro un ossimoro, a detta di molti esperti del settore, resta un costosissimo sogno. Al riguardo è particolarmente lucida la posizione di Greenpeace Italia espressa dal suo Presidente Pippo Onufrio in questo articolo sull’Huffington Post” https://www.huffingtonpost.it/entry/idrogeno-litalia-punti-su-quello-verde_it_5f05c57ec5b67a80bc0133f3
In esso si dice chiaramente che i petrolieri vorrebbero i soldi pubblici per alimentare la loro filiera di idrogeno da fonti fossili e lucrare sulle spalle dell’erario “per difendere i loro asset fossili da cui dipende (anche) il valore delle loro aziende“.
Mentre invece, conclude sempre Greenpeace, a questo punto sarebbe auspicabile invertire la rotta e procedere speditamente verso “a un rapido sviluppo di elettrolizzatori e ulteriore progresso delle fonti rinnovabili che permettono di produrre idrogeno verde a basso costo, a emissioni nulle e molto più sicuro“.

Link qui: http://cetri-tires.org/press/2020/bruxelles-verso-un-vero-e-proprio-ecosistema-dellidrogeno-verde-piu-che-una-svolta-una-rivoluzione/

AVEVAMO RAGIONE: I DUE CANTIERI SNAM NON SONO IN REGOLA

Dunque i due cantieri Snam sono stati allestiti senza rispettare tutte le norme di legge vigenti, contrariamente a quanto aveva asserito in un suo comunicato la multinazionale del gas.

Ci sorprendono le dichiarazioni della Sindaca Annamaria Casini che si dichiara “stupita e delusa” del nostro comportamento accusandoci di un “inspiegabile atteggiamento di contrapposizione nonostante io stessa e gli uffici ci siamo mostrati disponibili nell’andare incontro alle richieste presentate in un esposto”.

La Sindaca dovrebbe essere lieta, e non delusa, quando dei cittadini le segnalano possibili illegalità. E’ un fatto che i controlli da parte dei competenti uffici comunali sono scattati solo dopo la presentazione del nostro esposto. Gli organi del Comune, quando sono a diretta conoscenza dei fatti, anzi quando loro stessi hanno rilasciato le autorizzazioni, non dovrebbero attendere le segnalazioni dei cittadini, ma procedere d’ufficio per accertare che tutto sia in regola.

E’ stato necessario, da parte nostra, tenere un atteggiamento risoluto perché ogni ulteriore ritardo nelle verifiche da parte del Comune avrebbe potuto compromettere l’acquisizione delle prove.

Quanto alla “contrapposizione” di cui parla la Sindaca, negli oltre 12 anni della nostra esistenza come Comitati non abbiamo mai avuto una preconcetta ostilità nei confronti delle diverse amministrazioni comunali che si sono succedute: il nostro giudizio e le nostre azioni sono sempre state conseguenti al rispetto, o meno, da parte del Comune, dei principi di legalità e di tutela del bene della collettività.

Non ci convince l’affermazione della Sindaca secondo cui la realizzazione delle due centraline “non ha comportato attività edilizia, pertanto non era necessaria l’esposizione del cartello di cantiere in quanto per tale occupazione non sono richiesti titoli abilitativi previsti dal regolamento comunale edilizio”.

Il Decreto Lgs. 81/08 definisce cantiere fisso o mobilie “un qualunque luogo dove si effettuano lavori edili o di ingegneria quali costruzione, manutenzione, riparazione, demolizione, conservazione, risanamento, ristrutturazione o equipaggiamento, la trasformazione, il rinnovamento o lo smantellamento di opere fisse, permanenti o temporanee, in muratura, in cemento armato, in metallo, in legno o in altri materiali, montaggio e lo smontaggio di elementi prefabbricati utilizzati per la realizzazione di lavori edili o di ingegneria civile…”.

Sarà la Procura della Repubblica di Sulmona, alla quale abbiamo presentato due esposti, ad accertare se, oltre alle infrazioni riscontrate dal Comune, vi siano altre violazioni di legge e a stabilire se vi siano state, da parte degli organi preposti, eventuali omissioni di atti d’ufficio.

Sulmona, 13. 7. 20

Coordinamento No hub del Gas

Un piano fuori dal tempo

Pubblichiamo un’analisi del documento “Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022” per quanto riguarda il tema dell’azione sul clima. In sintesi: un documento deludente che, al di là di qualche giusta misura, assegna un ruolo marginale al tema del cambiamento climatico, disperso in un insieme di tante proposte in cui non si affronta il punto cruciale di come conciliare le molte iniziative infrastrutturali con il nuovo contesto dell’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050.

Negli scorsi giorni è stato presentato  al Presidente del Consiglio del Ministri e agli Stati Generali, e in seguito molto discusso, il documento “Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022”, redatto da un comitato di esperti in materia economica e sociale guidati dal manager Vittorio Colao. Il documento è composto da un rapporto di circa 50 pagine e da un elenco di 102 schede in 117 pagine, e contiene raccomandazioni relative a iniziative atte a facilitare e a rafforzare la fase di rilancio post epidemia Covid-19.

Come scritto nella Premessa, il rapporto ha effettuato una “selezione dei temi da trattare. Sono stati conseguentemente esclusi dalle riflessioni del Comitato interventi che riguardano aree già presidiate da altri comitati, quale ad esempio la Scuola, nonché riforme che richiedono tempi significativi di elaborazione e un alto grado di competenze specialistiche”. L’obiettivo dell’insieme delle iniziative proposte dal Comitato è quello di “accelerare lo sviluppo del Paese e di migliorare la sua sostenibilità economica, sociale e ambientale, in linea con l’Agenda 2030 e gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e con gli obiettivi strategici definiti dall’Unione europea”. Agganciata a questo riferimento agli obiettivi strategici dell’Unione Europea c’è la comunicazione della Commissione “Il momento dell’Europa: riparare i danni e preparare il futuro per la prossima generazione”.

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Il Rapporto non contiene alcun riferimento diretto al problema del cambiamento climatico, termine che non è mai menzionato. Non nel capitolo della fragilità dell’Italia, non in quello degli obiettivi, in cui è citato in modo generico l’obiettivo di rendere l’Italia “Più sostenibile ed equa per limitare gli effetti degli shock sulle fasce più vulnerabili della popolazione e scongiurare un indebolimento strutturale dei fattori “primari” dello sviluppo (capitale economico, capitale umano, capitale sociale e capitale naturale)” e di “privilegiare senza compromessi gli aspetti di sostenibilità economica, sociale e ambientale”.

Uno dei tre assi di rafforzamento è la “Rivoluzione verde, per proteggere e migliorare il capitale naturale di cui è ricco il Paese, accrescere la qualità della vita di tutti e generare importanti ricadute economiche positive nel rispetto dei limiti ambientali.

Nel Piano di rilancio si citano “Le Infrastrutture e l’Ambiente, che devono diventare il volano del rilancio, grazie alla rapida attivazione di investimenti rilevanti per accelerare la velocità e la qualità della ripresa economica”.

“Infrastruttura e ambiente, volano del rilancio” è proprio il titolo di una delle sei aree di lavoro, in cui il Comitato propone “un’ampia gamma di interventi (fibra, risparmio energetico, mobilità sostenibile, de-carbonizzazione, economia circolare, gestione rifiuti etc.) che possono offrire ritorni interessanti per capitali privati e possono quindi essere realizzati senza aggravare eccessivamente il debito pubblico”.

Il titolo di questa sezione è indicativo di ciò che i redattori del piano Colao hanno in mente. Se in Europa si parla, da anni ormai, di Clima-Energia, e la transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio è il cuore di una visione strategica che mette al centro l’ambiziosissimo obiettivo di un Europa climaticamente neutra entro il 2050, il piano ci porta indietro agli anni ’80, nella visione di uno sviluppo basato essenzialmente sulle infrastrutture, parola che compare in 5 titoli su 5 della sezione; mentre l’ambiente è un comprimario, apparendo solo in un pezzo di un titolo con un timido “salvaguardia del patrimonio ambientale”.

Dal testo traspare un’ambiguità nel definire quali debbano essere le priorità. Mentre da un lato nel preambolo della sezione si scrive “Gli sviluppi infrastrutturali devono privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale, favorendo la transizione energetica e il “saldo zero” in termini di consumo del suolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo”, subito dopo compare la ben nota lamentazione “Gli investimenti infrastrutturali soffrono di lentezze e resistenze burocratiche che non permettono la tempestiva realizzazione delle opere, frenando la crescita del Paese.”

Ora, non potrebbe essere che le “lentezze e resistenze burocratiche” del passato siano state dovute al fatto che molte opere infrastrutturali proposte opere erano in contrasto con la sostenibilità ambientale? L’utilizzo dell’espressione “privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale” sembra più una boutade, per mettersi al riparo da possibili critiche, come se fosse semplice garantire la sostenibilità ambientale per grandi interventi infrastrutturali; e fa trasparire la mancanza di consapevolezza che gli obiettivi del Green Deal europeo potrebbero mettere in discussione molte infrastrutture.

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La struttura della sezione “Infrastrutture e Ambiente” manca di organicità e visione, pur se contiene gli immancabili generici riferimenti alla “transizione energetica da fonti fossili a fonti rinnovabili, così da raggiungere gli ambiziosi target fissati a livello nazionale e internazionale” e a “accelerare le iniziative per il passaggio all’economia circolare”.

Delle 20 schede che compongono la sezione, la n. 30, “Efficienza e transizione energetica, e Tecnologie energetiche innovative” è l’unica a citare esplicitamente il contesto dell’azione contro il cambiamento climatico, delineando 5 azioni specifiche:

  1. a) Definire piano a lungo termine di decarbonizzazione ed esplicito obiettivo di carbon neutrality, come da linee guida europee e sul modello di altri Paesi
  2. b) Istituire un percorso privilegiato per gli interventi di transizione energetica
  3. c) Incentivare l’efficienza energetica delle imprese
  4. d) Incentivare la transizione energetica dei privati, rafforzando produzione/ auto-produzione energetica, bioedilizia e conversione degli impianti di condizionamento e riscaldamento
  5. e) Incentivare nuove tecnologie emergenti attraverso un piano nazionale (ad es., nuove rinnovabili, idrogeno, stoccaggio CO2)

Nella descrizione del contesto si trova un errore grave, laddove si scrive che l’obiettivo di decarbonizzazione del Green Deal europeo è la “neutralità climatica delle attività industriali”. L’obiettivo del Green Deal europeo non riguarda solo le attività industriali, ma tutti i settori produttivi, e relative emissioni dell’Unione europea, compresi i trasporti. Si tratta di un errore non di poco conto, perché è proprio l’ambizione di questo obiettivo a far sorgere forti dubbi che l’enfasi sulle infrastrutture di trasporto (che prevede ad esempio “l’alta velocità su ferro delle merci” o la dorsale tirrenica dell’alta velocità) sia corretta.

La scheda 30 comprende un elenco di misure interessanti (es. su efficienza, auto-produzione energetica, bioedilizia), ma è una lista della spesa parziale, che strizza l’occhio ai desiderata dei principali gruppi industriali e di potere, e mal si addice al contesto storico e alle sfide che ci attendono. Certo, come detto precedentemente il documento vuole privilegiare le misure da attuare nel breve termine (“escludendo quelle non avviabili in un arco temporale di dodici mesi”), ma ha anche indicato la possibilità di selezionare e classificare iniziative “da approfondire. Interventi complessi, con benefici importanti a medio lungo termine, ma con impatti significativi sulle finanze pubbliche”.

In questo senso, appare poco fondata l’enfasi sui biocombustibili, interessati da molte misure, che come ben noto- vista la loro limitata disponibilità- possono occupare solo un ruolo marginale nella prospettiva di decarbonizzazione europea.

In questo quadro, non sorprende il mancato riferimento alla rimodulazione o eliminazione anche parziale dei sussidi ambientalmente dannosi, che fa segnare al documento l’ennesima occasione mancata in questo senso.

Sul tema rifiuti si trovano molte proposte condivisibili e realistiche, mentre non convince il lungo elenco relativo ai temi della mobilità. Non appare condivisibile mettere sullo stesso piano lo sviluppo di veicoli ibridi, elettrici e biocombustibili, segno della mancanza di una vera visione sul tema.

Meritano una nota (negativa) la scheda 24, che lega gli investimenti degli operatori al rinnovo delle concessioni, con procedure semplificate e rapide (per idroelettrico, geotermico e autostrade) e la scheda 29, che rivendica l’utilizzo di percorsi prioritari per progetti di transizione energetica, per raggiungere gli obiettivi declinati nel PNIEC, limitando però tali percorsi ad una riduzione dei tempi autorizzativi e semplificando i procedimenti di valutazione di impatto ambientale (VIA).

Anche la scheda 35 su verde e dissesto idrogeologico insiste con la “semplificazione”, questa volta per quanto riguarda le procedure di intervento sui siti inquinati di interesse nazionale e gli iter di certificazione di avvenuta bonifica di aree dismesse. Sempre nella stessa scheda, è condivisibile e promettente l’accento sull’espansione del verde urbano, sulla de-impermeabilizzazione dei suoli e sull’inclusione del capitale naturale nei bilanci aziendali. Riguardo quest’ultimo punto, tuttavia gli incentivi per le aziende virtuose non sono affiancati da disincentivi per chi consuma o degrada servizi ecosistemici, biodiversità e suolo – l’unica precauzione in merito è una debole “valutazione preliminare di alternative per il riuso e la rigenerazione delle aree già urbanizzate”. Infine, la scheda si presenta ambivalente anche nei confronti della gestione del patrimonio forestale: è positivo il richiamo alla certificazione delle filiere, alla creazione di un Registro nazionale dei crediti di carbonio, e ella lotta agli incendi boschivi mediante azioni progettuali e preventive. Tuttavia, il richiamo alla gestione bio-economica delle foreste dovrebbe essere inserito in un contesto di pianificazione e gestione sostenibile e responsabile, come richiamato dalla Strategia Forestale Nazionale in corso di approvazione, e da una visione globale che contrasti l’importazione e il consumo di prodotti responsabili di deforestazione delocalizzata in altre parti del pianeta.

Non si può non sorridere nel vedere come, mentre per le politiche sul clima il rapporto sia striminzito e reticente, ampio spazio venga invece dedicato a questioni centrali come lo “sviluppo di un turismo nautico di qualità”, a cui nella scheda 51.ii sono dedicate 5 voci, fra cui l’indicazione della necessità di “creare infrastrutture per facilitare il trasporto da/a porti (es. strade, treni)”. Eh sì, questo sì che è il vero sviluppo sostenibile per riprendersi dalla crisi del COVID-19 e all’altezza della sfida climatica!

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Infine, una nota per quanto riguarda le direttive e raccomandazioni in ambito di Istruzione e Ricerca. Il piano Colao si focalizza sulla modernizzazione delle procedure con lo scopo di renderle più in linea con gli altri Paesi Europei. Già su Roars è stata evidenziata l’inadeguatezza dell’analisi e della proposta (“La supercazzola della VQR”) e  aggiungiamo che ciò che non viene enfatizzato abbastanza è che modificare il sistema di assunzioni, assegni di ricerca, programmi di aggiornamento e acquisizione di nuove competenze ecc. ha conseguenze importanti sul piano della sostenibilità ambientale.  Quando si parla di nuove competenze, o di rendere l’Istruzione secondaria e universitaria più “professionalizzante” (attraverso la creazione di programmi “ibridi” di dottorato o di laurea in collaborazione con aziende e istituti extra-universitari), l’ambiente, le tecnologie sostenibili, e l’economia verde dovrebbero essere al centro della scena. Per esempio, si potrebbero inserire considerazioni e suggerimenti per rendere l’Università, l’Istruzione, e la Ricerca più sostenibili con vari livelli di “impegno”. Dall’invito a inserire la sostenibilità ambientale nelle dichiarazioni di intenti e nelle carte dei valori delle singole Università, a veri e propri incentivi monetari per la realizzazione di modifiche ai curricula in chiave ambientale, o per iniziative di “outreach” nelle comunità in cui ciascuna Istituzione opera. Per approfondimenti sul tema consigliamo di consultare il sito della RUS – Rete delle Università Sostenibili, o l’articolo Mapping of sustainability policies and initiatives in higher education institutes”.

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In conclusione, il “Piano Colao” ha considerato il tema della transizione energetica ma nel complesso lo spazio dedicato (1 scheda su 102) e il livello della proposta può essere definito insufficiente, deludente, un simbolo del ritardo culturale della classe dirigente italiana sul tema del cambiamento climatico.

Leggendo la proposta della Commissione Europea “Il momento dell’Europa: riparare i danni e preparare il futuro per la prossima generazione” è evidente il ruolo molto più centrale della transizione energetica nella ripresa, con l’esplicito riferimento al fatto che gli “investimenti dovrebbero essere realizzati in base alle priorità individuate nel semestre europeo, nei piani nazionali per l’energia e il clima (PNEC) e nei piani per una transizione giusta”. Il Green Deal europeo avrebbe dovuto essere “IL” documento di riferimento, avere un ruolo centrale, essere citato esplicitamente nella premessa, in quanto molto più di Agenda 2030 e degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile coglie e declina nella concretezza di obiettivi specifici l’urgenza temporale della sfida climatica ben riassunta dagli ultimi rapporti IPCC.

Negli incontri organizzati nell’ambito degli Stati generali il governo ha presentato il Piano di Rilancio dell’Italia, articolato in tre linee strategiche (modernizzazione del Paese; transizione ecologica; inclusione sociale, territoriale e di genere) che verranno attuate attraverso alcuni grandi obiettivi. Dalle prime informazioni disponibili sembra emergere una visione più organica e in linea con gli obiettivi europei declinati nel Green Deal, incluso il riferimento alla strategia Farm to fork ed all’agricoltura, del tutto dimenticata dal Piano coordinato  da Vittorio Colao che sembra destinato – meritatamente – a finire in un cassetto.

Testo di Stefano Caserini, Marina Vitullo, Alessandra Buccella, Veronica Aneris, Mario Grosso, Giorgio Vacchiano, Sylvie Coyaud

Fonte: https://www.climalteranti.it/2020/06/17/un-piano-fuori-dal-tempo/

Il 5G è inutile: spiegato dagli studenti

Siamo studenti del Liceo Scientifico “Ferdinando” di Mesagne, opzione Scienze Applicate. Abbiamo approfondito lo studio sul 5G a scuola, tecnologia “in sperimentazione” in Italia, e inserita tra le priorità nel piano per la cosiddetta Fase 3, “Iniziative per il rilancio – Italia 2020-2022”. 

Abstractil 5G è inutileperché è basato sempre sulle linee a fibra ottica terrestri (con copertura solo nei grandi centri) e sul satellitare (non ancora attivo). Inutile perché ogni antenna 4G richiede 10 antenne 5G, aumentando il limite di campo elettrico, in Italia fissato per legge a 6 Volt/metro, portandolo a 61 V/m. Inutile perché dovremmo abbattere tutti gli alberi sui viali per avere praticamente una velocità corrispondente al wifi di casa anche per strada. Inutile perché le frequenze a 700 MHZ non sono libere, ma sono assegnate per altri 10 anni a TV e radio. Inutile perché la rete 5G toglie il controllo sulle comunicazioni allo Stato e le affida a chi controlla la rete terrestre e satellitare (USA o Cina). Perché perciò viola il nostro diritto di privacy. Inutile perché è un trattamento sanitario obbligatorio di massa, come fare i raggi all’ospedale, ma noi non lo vogliamo. Inutile perché la fibra ottica estesa a tutto il territorio nazionale è innocua agli effetti sulla salute, e la connessione deve essere in FTTH e non FTTC come ce la propone TIM. Deve essere gratuita come in Lituania, Lettonia e altri stati “sottosviluppati”, per garantire, in tempi di Covid 19, la didattica a distanza a tuttilo smart working, lo sviluppo digitale delle imprese, l’e-government che nessuno deve andare in macchina al Comune per chiedere un semplice certificato.

Le risorse del Piano Rilancia Italia devono concentrarsi per la connessione a banda ultralarga in fibra da 1 Gigabit a tutti e potenziare il conseguente 4G mobile, e non regalare soldi pubblici alle multinazionali telefoniche per il 5G mobile, nessuna delle quali è italiana, neanche TIM Telecom Italia o Vodafone.

La connessione veloce in fibra è un diritto di tutti se si vuole digitalizzare l’Italia. E non serve il 5G in alcune aree urbane con non si sa quali effetti per la salute, e le campagne sempre senza copertura, perché zone non economicamente rilevanti.

Analisi della tecnologia 5G e storia delle telecomunicazioni “mobile”

5G: si tratta delle stesse richieste avanzate dalle compagnie telefoniche, recepite senza scrupolo dal Comitato di esperti in materia economica e sociale guidato dall’ex top manager di Vodafone Vittorio Colao, che prevede nel punto “27. Sviluppo reti 5G”, volto ad adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei. Colao presenta il suo Piano di 102 pagine agli Stati generali e chiude la task force, dopo che è venuto fuori il suo conflitto di interesse come attuale consigliere di amministrazione dell’americana Verizon, leader mondiale sul wireless di quinta generazione: è Board Committee for Corporate Governance and Policy, Finance. Per essere biblici: lancia la pietra e nasconde la mano…

 Vediamo perché la tecnologia 5G ancora non esiste (anche se già la vendono) e perché è inutile, con le parole povere che si usano a scuola per far capire le tecnologie a tutti gli studenti.

L’evoluzione delle tecnologie di comunicazione digitali: linee fisse e mobile

1. Le linee telefoniche mobili (cioè dei nostri cellulari) si dividono in Generazioni:

–  l’1G era la linea ETACS di Motorola (svedese), telefoni solo voce installate sulle auto di manager e ministri, funzionanti solo in autostrada, con tanto di cornetta….

–  Poi arriva il 2G, detto GSM, di Nokia (finlandese), introdotto in Italia nel 1992: i primi cellulari solo telefonate e SMS con la tastiera T9. Evoluzione sono il GPRS (detto 2.5G) ed EDGE (2.75G), i cellulari “che si aprono” e fanno foto (MMS), e ancora attivo oggi dove non si ha nessuna altra copertura, con la sigla E.

  •  Solo nel 2000 arriva il 3G, detto UMTS e dopo il 2005, HSDPA o H+, basato sulla tecnologia a terra ADSL, già, perché i ripetitori devono basarsi su una linea a terra per diffondere poi in aria il segnale radio. L’invenzione è epocale: usando i vecchi cavi in rame telefonici, senza nuove infrastrutture essenziali, il nostro doppino del telefono di casa passa da 56K (=kilobit al secondo) ad una velocità fino a 7 Mega (1 megabit=1024 kilobit). Come? I koreani scoprono che le normali comunicazioni usano solo i primi 4 KHz della banda di frequenza del doppino telefonico, ma il vecchio cavo supporta bande oltre il MHZ, cioè 250 volte tanto: con un nuovo modem ADSL, la banda viene suddivisa in oltre 250 sottocanali da 4 KHZ, e la velocità sarà così 250 volte più veloce, senza cambiare i cavi SIP sostituiti negli anni ’70. Geniale. E la maggior parte di questi sottocanali sono dedicati al download, perché la gente scarica da Internet più che caricare: si chiama infatti linea asimmetrica. Questa è la banda larga.

I nuovi ripetitori per cellulari sono allacciati a questa “nuova” linea. Con la versione H+ nasce anche nel 2006 il primo smartphone Apple iphone: nascono in quegli anni i social: Facebook, Instagram, Whatsapp, Twitter, Youtube…

– Nel 2016 l’Italia, rimasta al 74° posto per connessione Internet (si chiama Digital Divide, cioè paese sottosviluppato nel digitale), riceve un finanziamento dalla UE per cablare tutto il territorio nazionale con la fibra ottica, un laser che corre lungo un tubicino in vetro, ma alla velocità della luce. Nessun elettromagnetismo, salutare, ma ha bisogno di una nuova infrastruttura cablata: spaccare le strade delle città e delle campagne in tutta Italia: rifare una nuova rete nazionale à si chiama banda ultra larga.

Gli appalti vengono dati a

  • Openfiber, che sta creando la rete fibra FTTH, società 50% ENEL che così entra nel mercato telecomunicazioni, e 50% Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce i risparmi degli italiani che hanno un conto in Poste Italiane. Presidente: Franco Bassanini… FTTH porta la fibra direttamente in casa, con velocità di 1 Giga (=1024 Megabit per secondo);
  • Tim, che ha creato già prima la rete fibra mista FTTC, cioè fino alla centralina grigia agli angoli della strada è in fibra, poi l’ultima parte fino a casa rimane in doppino in rame (si chiama ultimo chilometro: unica eccezione alla liberazione delle reti di comunicazioni dal monopolio SIP).  Quella che abbiamo in molti e che chiamiamo fibra. Velocità 200 Mega (non garantiti).
  • Parallelamente, altri operatori creano reti urbane in fibra, come Fastweb.
  • Con le nuove velocità e la rete in fibra nasce il 4G per cellulari: le antenne sono basate a terra sulla rete a fibra ottica: la linea mobile si chiama LTE (Long Term Evolution), acronimo cinese che prevede una evoluzione a lungo termine: niente può essere più veloce della luce laser che viaggia nella fibra. E’ il contratto che abbiamo tutti oggi, ma che funziona in 4G solo dove c’è  la fibra ottica… Al mare, in campagna, nei monti, nei paesi più piccoli non c’è ancora la fibra, perciò il 4G non prende. Ma le compagnie telefoniche ce la vendono lo stesso. Abbiamo tutti dovuto cambiare i nostri vecchi Samsung e iphone per poter usare le SIM 4G.

In Italia il 4G c’è dal 2014, ma non tutto il territorio è ancora coperto. Download a 326 Mbps, upload a 86 Mega, ma di solito la linea è limitata.

L’asta delle frequenze 4G è stata fatta già nel 2011 vinta da Vodafone, Tim, Wind e H3G. Usa frequenza a 2.4 GHz (come la wifi di casa) con antenne dislocate a 1.2 Km e antenne direzionali fino a 60 Km.

Il “miracolo del 5G” e l’Internet of Things

  • Nel 2017 si inizia a parlare di 5G, detto Next nella sua versione cinese. Come fa ad essere più veloce della fibra? C’è il trucco… Se cercate 5G su internet, wikipedia è ferma alle notizie del 2017 e tutti i siti tecnologici o ufficiali parlano di Internet delle cose, auto che si guidano da sole, lavatrici da comandare a distanza, ora si parla di smart working, innovazione digitale, tutte cose che facciamo già con ADSL e fibra a casa e con il 4G LTE col cellulare.

Nessuna fonte spiega però la tecnologia, per capire se può far male o no. Partiamo col principio che tutte le onde elettromagnetiche, a seconda delle frequenze usate e della distanza dalla fonte, fanno male: dalla radiosveglia al cellulare tenuto davanti all’orecchio per telefonare. Ogni tecnologia può fare più o meno male, secondo come si usa… Chissà perché ci vendono i cellulari già con cuffie/microfono e un librettone di istruzioni che nessuno legge…

L’asta delle frequenze 5G porta nell’ottobre 2018 circa 6.55 miliardi nelle casse dello Stato. Gli investimenti di TIM, Vodafone, Wind3 e Iliad devono rientrare…

Fonte: repubblica.it

1. Tecnologia 5G: è una tecnologia mista basata sulla rete a fibra ottica a terra, e sui satelliti nelle zone non coperte da fibra, nessuno lo sa…. La fibra è perfetta, ecologica, solo un laser sotterraneo. Ma anche le antenne 4G LTE sono basate su fibra, e diciamo che vanno già bene contro il digital divide… Ma anche le antenne 5G sono basate sulla fibra, che poi irradiano il segnale con frequenze diverse e con onde diverse, che hanno 10 volte tanto antenne wifi. “La fibra ottica può esistere senza il 5G, ma il 5G non può esistere senza la fibra ottica.” da https://openfiber.it/tecnologie/5g/5g/

2. Sperimentazione 5G: abituiamoci a suddividere il 5G in rete terrestre e rete satellitare (nessuno lo dice). La rete terrestre, basata su linee a fibra ottica a terra, è in fase sperimentale in 4 città italiane, tra cui Bari. La rete satellitare non esiste: per ora 12 satelliti americani della Starlink di Egon Musk e circa 4500 satelliti cinesi della cordata ZTE/Huawei. Per coprire il pianeta sono previsti almeno 45000 satelliti. Qualcuno in Salento li ha visti passare gli Starlink: 12 stelle che attraversavano il cielo in formazione diagonale: il cielo non sarà più fatto di stelle… ma ne parliamo più avanti…

Per la sperimentazione 5G , che in realtà sta andando oltre le 4 città, oltre 500 sindaci sugli 8000 comuni italiani hanno chiesto la moratoria, cioè di sospendere la sperimentazione sul proprio territorio, dato che sono responsabili della salute dei propri cittadini, ma il Piano Colao prevede di superare i pareri delle autorità locali.

Come funziona il 5G terrestre?

Sulle antenne già in funzione per il 3G, il 4G (moduli verticali rettangolari) e la diffusione radiotelevisiva (moduli tondi), verranno montati i nuovi ripetitori 5G, quadrati: mentre il segnale 4G è all around, e ci si aggancia a una cellula che ti segue nel raggio delle antenne (per questo i nostri telefoni si chiamano cellulari), come la wifi di casa, il 5G invece usa il beam forming o massive MIMO multiarray: una stazione base irradia in pratica fino a 64 segnali a una distanza massima di 150 metri senza ostacoli e con onde millimetriche.

Senza ostacoli: i segnali ad altissima frequenza (24 GHz) o onde millimetriche permettono antenne più piccole, ma il segnale viene assorbito da qualsiasi ostacolo sul percorso di propagazione: un albero, un muro, una mano, perciò le antenne verranno montate ogni 150 metri sui pali delle luci delle strade: ma non ci devono essere alberi…

Onde millimetriche: un “assembramento” di persone crea una gabbia di Faraday, cioè un aumento del limite di campo elettrico ben oltre i 6 Volt/metro permessi dalla attuale legge italiana, molto precauzionale. E’ per questo che il piano Colao chiede di elevare tale limite a 61 V/m, limite europeo. I monitoraggi vengono infatti eseguiti dalle compagnie con singolo operatore allineato all’antenna….

3. Tecnologia satellitare: gli americani, con Elon Musk e il progetto Starlink dovrebbero lanciare 12000 satelliti in orbita per il 5G, la Cina oltre 45000. Ma non ci sono ancora. Perciò il 5G allo stato attuale coprirebbe solo le città e solo i quartieri già cablati in fibra ottica e coperti dalle stazioni base ogni 150 metri liberi da alberi, per i satelliti non si sa quando…

4. Due tecnologie 5G non pronte: USA e Cina. E’ la famosa guerra commerciale sui dazi tra Stati Uniti e Cina. In realtà si basa sul predominio mondiale sulle tecnologie digitali 5G e il controllo delle informazioni: gli USA sono indietro come tecnologia. Guarda caso la guerra commerciale è partita con l’arresto della figlia del presidente della Huawei, accusata di spionaggio. In realtà tutta la guerra dei dazi, estesa ai paesi europei, sembra nata per frenare lo sviluppo tecnologico del 5G cinese guidato da ZTE e Huawei, che nel frattempo hanno istituito centri di ricerca e di eccellenza anche in Italia. La quarta guerra mondiale?

5. Le frequenze: ma sono libere tali frequenze? Allora: Dopo la legge Mammì degli anni ’90 le frequenze in Italia non sono libere. Solo le  frequenze dette SIM (Service, Industry and Manifacturing). Puoi usare liberamente la 2.4 GHz o la 5GHZ in casa per il wifi senza pagare niente, ma le altre sono tutte assegnate a pagamento dallo Stato. Le frequenze base da 700 MHz, liberate dalla Marina Militare, erano state assegnate a radio e TV private nel 2010 dallo Stato per vent’anni, ma ora servono per il 5G. Allora lo Stato ha obbligato i detentori di tali licenze a liberarle entro il 31 maggio 2020 dietro risarcimento danno non quantificato. Gli assegnatari si sono opposti e ora c’è la controversia… Nella delibera N. 89/18/CONS dell’Agcom, che indice una consultazione pubblica per assegnare alcune frequenze “al fine di favorire la transizione verso la tecnologia 5G”, si legge poi che le frequenze in questione sono comprese “nelle bande 694-790 MHz, 3600-3800 MHz e 26.5-27.5 GHz”. Verranno spente gradualmente le frequenze TV: si parte dalla zona A (la RAI non è compresa per poco…). Ma tutto è ancora in forse…

Chiaramente le frequenze oltre i 26 GHz sono libere, perché mai usate prima… Possiamo essere sicuri sul loro effetto sull’uomo e gli altri organismi viventi? Nessuna sperimentazione, nessuno studio affidabile.

6. La privacy e la sicurezza nazionale: E’ semplice: già dobbiamo affidare i nostri dati all’app Immuni e in pochi lo hanno fatto, perché dovremmo affidare tutti i nostri dati dell’Internet of Things a chissà quale compagnia madre cinese o americana via satellite? Esiste una legge sulla tutela della privacy in Italia, che non dovrebbe garantire gli Anonymous Systems che controllano la rete. Tutti i dati, anche quelli nazionali, finanziari, economici, aziendali, passerebbero per forza attraverso satelliti non controllati dallo Stato Italiano. I nostri dati personali e le nostre preferenze verrebbero date gratuitamente a compagnie straniere, cinesi o americane. E’ possibile che nessuno se ne sia accorto?

7. La salute: un trattamento sanitario di massa: Come ricorda il Prof. Michele Carducci, dell’UniSalento di Lecce, l’infrazione dei diritti non è sul principio di precauzione verso tecnologie che ancora sono dibattute a livello scientifico, ma si tratta di un trattamento sanitario di massa, perché incide sulla salute umana: aumenta in modo esponenziale l’esposizione a campo elettrico di oltre 10 volte il limite fissato dalle leggi italiane, precauzionali. Ora il Piano Colao vorrebbe superare tale limite di 6 V/m a 61 V/m, limite europeo, ma senza nessuna giustificazione scientifica. In Italia siamo all’avanguardia anche per il limite dei coloranti nel cibo, per molti limiti che certificano i nostri prodotti come prodotti di qualità…. Non vogliamo adeguarci ai limiti europei lacunosi e dettati spesso dalle lobby a sfavore della salute dei cittadini.

8. 12’000 nuovi rifiuti: Il 78% dei 14’000 satelliti nella bassa orbita non è più in funzione e rappresenta detriti spaziali che impiegano secoli (in alcuni casi millenni) prima di rientrare bruciando in atmosfera annullando il loro impatto. Aumenta costantemente il rischio di collisioni con nuovi satelliti, le orbite divengono sempre più ristrette e non tutti i frammenti sono tracciabili (lo dimostrano i continui micro-traumi a cui è sottoposta la Stazione Spaziale Internazionale). Non esiste alcun piano concreto per ridurre i rifiuti spaziali attorno alla terra. L’immissione di 12’000 nuovi satelliti della costellazione Starlink, che di certo non dureranno in eterno, non può che aggravare la situazione: non potremo ignorare il problema a lungo!

9. L’inutilità del 5G: E’ un affare internazionale, deciso dalle lobby telefoniche per rientrare dei soldi che han speso nel proprio paese per le frequenze: una tecnologia inutile per costringere tutti a cambiare telefonino e contratto in nome di una presunta velocità contrattuale, che spesso non viene rispettata. Quando TIM ci ha installato la fibra ottica FTTC in casa, andava a 200 Mega, dopo una settimana tale velocità è scesa a 30-40 Mega, senza potersi appellare a inosservanze del contratto, perché in piccolo c’era scritto che non era una banda garantita…. Come per i contratti 4G: non è colpa loro se in tal posto al mare o in campagna non prendi: lo sanno tutti che qui non c’è copertura… Dobbiamo smetterla di farci prendere in giro sui Mega dichiarati in pubblicità “previa copertura del servizio”. Il 5G sarà peggio: solo in città potranno garantire certe velocità, ma senza satelliti, fuori dai centri urbani, dobbiamo sperare nella copertura del 4G. E intanto le società telefoniche stanno annunciando lo spegnimento del 3G, l’unica linea a banda larga disponibile dove non arriva il 4G, cioè la fibra ottica… Siamo così ingenui nel credere in una tecnologia che non c’è.

Conclusioni e proposte: il 5G è inutile, costoso e dannoso. Il 5G è una tecnologia ancora in fase sperimentale, non ancora attiva, neanche nelle 4 città sperimentali, ha una copertura uguale alla 4G finchè non verrà implementata la rete satellitare. Non sappiamo quando sarà e non potrà neanche essere “sperimentata” per ora, senza satelliti. Aggiunge esposizione a onde elettromagnetiche oltre i 6 V/m ammessi dalla legge italiana, non considera gli effetti cumulativi di esposizione dovuti all’inconfutabile legge della gabbia di Faraday. Bisogna abbattere gli alberi sul percorso delle onde radio tra antenne, fatto contrario agli accordi di Parigi, che prevedono la preservazione degli alberi, come polmoni verdi delle città. E bisogna preservare la biodiversità, fortemente influenzate dalle onde a frequenze ultra del 5G. Ricordiamo infine che i forni a microonde cuociono il pollo alla frequenza di 10 GHz, rimbalzata, è vero, ma con le frequenze da 26 GHz che rimbalzano tra 4 persone vicine, non sappiamo che succede….

Conclusioni: la fibra ottica estesa a tutto il territorio nazionale è innocua agli effetti sulla salute, e la connessione deve essere in FTTH e non FTTC come ce la propone TIM, deve essere gratuita come in Lituania, Lettonia e altri stati “sottosviluppati” per garantire, in tempi di Covid 19, la didattica a distanza a tutti, lo smart working, lo sviluppo digitale delle imprese, l’e-government che nessuno deve andare in macchina al Comune per chiedere un semplice certificato. E la rete esistente 4G potenziata per le connessioni per strada, mobili.

Le risorse del Piano Rilancia Italia devono concentrarsi per la connessione a banda ultralarga da 1 Gigabit in fibra a tutti, e non regalare soldi pubblici alle multinazionali telefoniche, nessuna delle quali è italiana, neanche TIM Telecom Italia o Vodafone.

Molti cittadini e le amministrazioni locali, con una connessione a banda ultra larga con fibra FTTC, potrebbero dare libero accesso alla propria wifi a chiunque (hot spot pubblici), creando così una rete wifi libera a tutti e garantendo, con appositi router locali, una rete anche superiore al 5G e senza i danni del 5G.

La connessione veloce in fibra è un diritto di tutti se si vuole digitalizzare l’Italia. E non serve il 5G in poche aree urbane, con non si sa quali effetti per la salute, e le campagne sempre senza copertura, perché zone non economicamente rilevanti.