29/01: Autorizzazione gasdotto sulmona

BENE IL RINVIO: ORA L’OBIETTIVO E’ CANCELLARE L’INTERO PROGETTO

Esprimiamo soddisfazione per il rinvio della riunione del 28 gennaio per l’autorizzazione del metanodotto Sulmona-Foligno, ma non vorremmo che il rinvio fosse dovuto solo alla crisi di governo in atto e ritrovarci tra pochi giorni allo stesso punto

Si tratta in ogni caso di un primo importante risultato.Ora la politica e le Istituzioni debbono porsi l’obiettivo della totale cancellazione di un’opera non solo inutile, ma dannosa per la stessa economia del nostro Paese, come hanno attestato anche l’ENI e l’Anigas.

Il progetto del metanodotto Sulmona-Foligno non potrà essere riportato all’esame degli Enti coinvolti nel procedimento autorizzativo se prima non verrà effettuato lo specifico studio da parte dell’INGV sulla sismicità del tracciato, come da impegno assunto espressamente dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Va rimessa in discussione l’intera Linea Adriatica, non solo il metanodotto, ma anche la centrale di compressione, infrastruttura connessa al metanodotto come riconosciuto dalla stessa Snam nella documentazione acclusa per la convocazione ora rinviata.

Va ricordato che all’autorizzazione della centrale si è arrivati attraverso una serie di inaudite forzature come l’arbitraria suddivisione dell’iter in due distinte procedure (una per la centrale e una per il metanodotto) richiesta dalla Snam con una motivazione, del tutto inconsistente, legata alla necessità di costruire anticipatamente la centrale per lo stoccaggio di Fiume Treste (Cupello). Lo stoccaggio di Fiume Treste ha svolto bene la sua funzione quando il consumo di gas in Italia era molto più elevato di quello odierno e non c’è bisogno di nessuna altra centrale, visto che non si tornerà più, secondo le previsioni della stessa Snam, al picco di consumi del 2005 (86 mld. di mc.).Le forze politiche e le Istituzioni devono richiedere con molta determinazione che l’intera opera (metanodotto e centrale) venga sottoposta ad una nuova valutazione di impatto ambientale alla luce dei tanti elementi nuovi emersi rispetto a dieci anni fa: l’impegno dell’Italia e dell’Europa per l’abbandono delle fonti energetiche fossili in applicazione degli accordi di Parigi; l’accertata frequentazione, sia come corridoio faunistico che come sito di alimentazione, dell’area della centrale da parte dell’orso bruno marsicano; la estrema fragilità dell’ Appennino confermata dal tragico ripetersi di terremoti devastanti;

E’ imprescindibile, inoltre, sottoporre l’intero progetto ad una analisi costi/benefici. E’ infatti evidente che, se da un lato l’opera non comporta nessun beneficio per l’Italia, dall’altro i costi saranno altissimi: non solo quelli per realizzare le due infrastrutture (1,9 miliardi di euro), ma anche tutti gli altri costi che ricadranno sui cittadini, ovverossia dall’immotivato aumento delle bollette del gas, ai danni al turismo, all’agricoltura e all’economia locale, ai rischi per la sicurezza e la salute pubblica.

Occorre perciò, non solo tenere alta l’attenzione, ma intensificare la mobilitazione che il nostro territorio e quelli dell’Appennino centrale, da oltre 16 anni, stanno conducendo per mettere la parola fine a questa inqualificabile aggressione da parte di poteri economici e finanziari finalizzata al puro profitto.

Coordinamento No Hub del Gas

27/01: phase out carbone

La transizione ecologica in questo Paese? Una grande presa per il culo…Phase-out carbone, brutte notizie da La Spezia e dal Mise.ù

Dal Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) arriva un inaspettato NO alla dismissione dell’impianto a carbone ligure previsto per il 2021. Nel dicembre del 2019 la Camera dei deputati aveva approvato all’unanimità un ordine del giorno, accolto poi dal Governo, con il quale si chiedeva di chiudere l’impianto nel 2021. Secondo Terna e Mise però, tale prospettiva non pare affatto compatibile con le esigenze di sicurezza del sistema energetico nazionale il quale, ad oggi, non sembrerebbe pronto a garantire nessuna reale uscita dal carbone.

La direzione generale del Mise, con un atto ufficiale, ha quindi inceppato il processo di decarbonizzazione dell’impianto spezzino il quale, al pari di quello di altre città, non dovrebbe essere dismesso senza che siano autorizzate rapidamente nuove centrali a gas sostitutive. La notizia ha ovviamente scatenato un vespaio di polemiche politiche. Paolo Arrigoni, responsabile del dipartimento energia della Lega getta la maschera e, nel provinciale tentativo di provocare i partiti di maggioranza, critica il governo che, a suo dire, prova ad “accelerare la transizione energetica, con un maggior taglio della CO2 al 2030, con la maggiore penetrazione delle rinnovabili, ma senza tener conto dei processi, dei tempi e dei vincoli che occorrono per raggiungere determinati risultati.

La realtà – ha aggiunto- prevale alle loro utopie visionarie: occorre garantire sicurezza e funzionalità del sistema elettrico nazionale”. Così, mentre l’obiettivo del maggior partito di opposizione sembra esclusivamente quello di combattere utopie visionarie, la compagine governativa non ha ancora mosso un dito contro i progetti delle nuove centrali a gas e, addirittura, prolassa su se stessa bloccando la chiusura del sito a carbone di La Spezia. In tutto questo sembra proprio che la politica italiana ignori sistematicamente ciò che sta accadendo oggi nel resto d’Europa e pare inoltre totalmente insensibile rispetto all’enorme occasione che il Next Generation Eu offre al nostro Paese.

Mai un’azione concreta per superare i così detti limiti strutturali della rete; nessun riferimento alla delocalizzazione della produzione energetica, ai progetti off grid, agli accumuli, all’idrogeno verde.

La classe dirigente italiana, in tutte le sue forme e sfaccettature, non guarda al futuro e anzi sembra vivere in un eterno torpore preistorico. Ed è proprio in questo contesto che al di là delle correzioni che qualcuno sta già proponendo, lo scivolone di La Spezia risuona proprio come un enorme ricatto: o si autorizzano subito le nuove centrali turbogas oppure addio decarbonizzazione.

20/01: BASTA FINANZIARE LE MULTINAZIONALI CHE INQUINANO!

FARE CHIAREZZA E LOTTAREBASTA FINANZIARE LE MULTINAZIONALI CHE INQUINANO!

Nelle ultime settimane, quello che da tempo veniva definito Green Deal europeo ha fatto i conti con le ingerenze delle multinazionali estrattiviste e dei grandi monopoli fossili.

Così, quello che sembrava un percorso lineare verso una decarbonizzazione tanto radicale quanto necessaria, ha di fatto lasciato più di una porta aperta ai grandi gruppi industriali che sugli idrocarburi, e sul gas in particolare, hanno fatto miliardi garantiti da un potere politico prono ai suoi interessi e non alla salute delle persone e del pianeta.

La transizione energetica ed industriale europea si sarebbe dovuta attuare attraverso una capillare diffusione di rinnovabili, idrogeno verde (cioè generato solo da eolico e fotovoltaico), isole e comunità energetiche territoriali autosufficienti. Il consiglio europeo svoltosi a dicembre invece ha disatteso queste aspettative spalancando di nuovo la strada alle imprese che continueranno a fare profitti con il mercato del gas e che, allo steso tempo, intercetteranno i fondi europei stanziati per la transizione.L’idrogeno verde viene fortemente penalizzato a favore di quello blu, quello estratto direttamente da idrocarburi fossili con successivo stoccaggio della CO2 in siti geologici esauriti o comunque giudicati idonei alla CCS (Carbon Capture and Storage).

E se per ora l’intenzione di procedere al finanziamento per realizzare lo stoccaggio a Ravenna sembra sia bloccato bisogna continuare la lotta ed a monitorare la situazione. D’altronde la finta rivoluzione green sta dunque legittimando e finanziando di nuovo i principali colpevoli del cambiamento climatico.

Addirittura Eni e Confindustria siederanno ai tavoli tecnici su clima!

In buona sostanza il capitalismo estrattivo si spaccia per green ma non abbandona il fossile: carbone, petrolio e gas rimangono saldamente in testa nei rapporti di interdipendenza tra imperi, nonostante la profonda crisi che attraversa il mercato a dispetto degli sforzi, spesso drogati, a sostegno del prezzo del greggio al barile fatti da parte dei vari Stati-impresa. Questa intrinseca capacità del sistema capitalistico di appropriarsi in modo fraudolento del Bios, trasformando tutto ciò che esiste in mero mezzo di produzione, riguarda tutto l’esistente: dall’acqua, recentemente quotata in borsa come elemento primario, al vento, alle rocce, al sole fino ad ogni essere vivente senziente o non senziente. Per questo, se non lottiamo riportando al centro il vivente e gli interessi concreti della stragrande maggioranza delle persone, anche questa transizione ecologica si tradurrà nel mantenimento dello status quo e quindi del potere dei potentati economici sull’intera società.

Noi che dai territori lottiamo contro le opere devastanti, inutili e climalteranti , riteniamo che una riconversione autentica possa realizzarsi solo attraverso una produzione energetica decentrata, assolutamente fuori dal fossile, autonoma e autogestita dalle comunità locali. Pensiamo che sia possibile la diffusione delle comunità e delle isole energetiche rinnovabili in grado di rendere autosufficienti non solo piccoli condomini, ma anche fabbriche e porti, sia un modo efficace e veloce per azzerare le emissioni di gas serra.

Riteniamo poi assolutamente inaccettabile continuare a confondere l’idrogeno verde con le varianti cromatiche ricavate da fonti fossili. Per questo mentre continuiamo ad opporci alla realizzazione di un Hub CCS, dovunque esso sia realizzato, ai progetti di nuove centrali a gas in sostituzione degli impianti a carbone e a ogni altra ipotesi che preveda la combustione di idrocarburi per la produzione di energia elettrica.

Allo stesso tempo rinnoviamo il nostro interesse verso progetti di transizione veri come quello di “Porto Bene Comune” di Civitavecchia. Un progetto che, essendo stato studiato per essere completamente sganciato dalla rete nazionale, e prevedendo soltanto l’uso di fonti rinnovabili e idrogeno verde, rappresenta ad oggi una delle risposte più efficaci e democratiche per chiudere definitivamente i conti con le emissioni delle centrali termoelettriche e delle grandi navi ormeggiate ogni giorno alle sue banchine.

L’unico idrogeno che consideriamo utile alla transizione è quello da fonti energetiche rinnovabili, l’unico cioè che può essere utilizzato come strumento per far raggiungere la sovranità energetica alle comunità locali, creare migliaia di posti di lavoro e contribuire veramente al raggiungimento della giustizia climatica e sociale.

Gennaio 2021

Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”.

16/01: CSS ravenna stralciato da pnrr

Il progetto CCS di ENI finalmente stralciato dal Recovery Plan governativo: una prima grande vittoria della mobilitazione per la giustizia climatica

La rete dei comitati riunita nella Campagna per il Clima Fuori dal Fossile accoglie con soddisfazione lo stralcio dal Recovery Plan del famigerato progetto CCS di ENI per lo stoccaggio di CO2 nella zona di Ravenna.

Si tratta di un risultato importante frutto di una battaglia condotta su più fronti da una pluralità di organizzazioni, prima di tutto dalla coordinamento di comitati e associazioni Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna e dalla campagna NOCCS il futuro non si Stocca.

Non era scontato che nella Città di Ravenna si costituisse un nucleo di opposizione ad un progetto spacciato come “green” e che invece si è dimostrato essere un cavallo di troia per mantenere in vita le filiere dei combustibili fossili, in particolare di quella del gas. In quel contesto infatti, è molto forte la saldatura tra gli interessi di ENI e la difesa di posizioni di rendita da parte delle principali forze politiche e sindacali.

La critica di fondo dei comitati della Campagna Fuori dal Fossile sul tema dello stoccaggio e sulla filiera dell’idrogeno è stata bene espressa con osservazioni molto puntuali alle Linee guida emanate di recente su questo tema dal Governo. I comitati impegnati più direttamente nel contrasto ai progetti di estrazione, trasporto e trasformazione dei combustibili fossili sostengono che il vettore idrogeno può avere una funzione importante nella transizione energetica, tanto è vero che alcune proposte concrete in tal senso sono state avanzate in alcune realtà locali come a Civitavecchia; ma ciò solo nel caso in cui la produzione dell’idrogeno avvenga per mezzo di energia rinnovabile e sostenibile (idrogeno verde).

I sistemi di stoccaggio della CO2 come quello proposto da ENI a Ravenna non sono altro che stratagemmi, per altro di dubbia efficacia e funzionalità, che servono per giustificare l’implementazione degli investimenti sulla filiera del gas.

Una scelta assurda ed estremamente pericolosa visto che ormai anche a livello scientifico è stato accertato come le emissioni fuggitive di metano, gas serra molto potente e persistente, costituiscono una minaccia sempre più grave per il Clima.

E’ evidente che lo stralcio del progetto CCS di Ravenna dal Recovery Plan è solo un primo passo per impedirne la realizzazione; ENI si sta infatti già riorganizzando per trovare altre linee di finanziamento.

Così come è chiaro che questo risultato, per quanto importante, non cambia il segno della critica netta e negativa al Piano varato dal Governo perché ancora una volta sono troppo pochi i fondi previsti per la transizione ecologica, e troppi quelli destinati a grandi opere inutili e devastanti, come ad esempio la TAV, alla filiera del gas e alle false fonti di energia sostenibili.

La crisi provocata dalla pandemia, nella sua drammaticità, ha messo in evidenza tutti i limiti e gli squilibri del sistema produttivo ed economico imperante a livello globale. Allo stesso tempo questa crisi può diventare l’occasione per cambiare radicalmente e subito la direzione.

Il tempo per le mezze misure è scaduto.