Sarà un 2022 a tutto gas ?

Pippo Tadolini

Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile”

Probabilmente nessuno si aspettava che  con un Governo e una maggioranza  condotte – dal punto di vista ambientale – dal Cingolani-pensiero, ci potesse essere una significativa battuta d’arresto in uno dei progetti-scommessa del mondo dell’ oil&gas, quello dell’impianto di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica (CCS) al largo delle coste ravennati. E invece è successo, quando la buona volontà di pochi parlamentari coerentemente ambientalisti è stata premiata in commissione al Senato. Pochi giorni prima, il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani era stato molto chiaro: sia il gas che il nucleare rientrano nella lista degli investimenti classificabili come sostenibili.  Che cosa significa, in  pratica ?  Riprendendo la spiegazione del Vicepresidente della Commissione Europea , “L’inserimento di gas e nucleare nella tassonomia è una questione che è stata sollevata da vari ministri. Per il mix energetico del futuro abbiamo bisogno di più rinnovabili ma anche di fonti stabili e la Commissione adotterà una tassonomia che copre anche il nucleare e il gas”.

Cingolani, come si sa,  da tempo parla della fusione nucleare (ma anche di un non meglio precisato ‘nucleare di nuova generazione’) e del gas come  indispensabili, e va affermando – tanto per dare un messaggio tranquillizzante – che senza il ricorso massiccio a queste fonti la transizione ecologica sarà un “bagno di sangue”. Menzionando molto di rado il fatto che sul fronte delle rinnovabili esistono già progetti molto concreti (come il progetto Agnes per la creazione di un parco eolico al largo di Ravenna), che potrebbero essere avviati rapidamente alla fase di realizzazione. Intanto, nel question time del 15 dicembre, la sottosegretaria al Ministero della Transizione Ecologica, Vannia Gava, ha affermato che l’Italia attende che dalla Commissione Europea, con riferimento al gas naturale, vengano stabilite le soglie emissive basate su quelle tecnologie che consentano “di inquadrare il settore nel contesto degli obiettivi ambientali”.

Come si sa, la campagna Per il clima – Fuori dal fossile, che sta diventando un punto di riferimento della mobilitazione, anche per le storiche e collaudate associazioni ambientaliste, ha chiesto al governo di assumere una posizione chiara sulla tassonomia, e avviare un discorso deciso sullo sviluppo delle rinnovabili. A partire da un problema molto semplice: qual è il reale fabbisogno di gas?

Fin dall’inizio, pur con atteggiamenti altalenanti, il ministro Roberto Cingolani a più riprese ha delineato la propria idea di transizione ecologica, ripetendo spesso che è necessario aumentare la produzione interna di gas, non trivellando di più ma  usando di più i giacimenti che ci sono già. A parte il fatto che l’autorizzazione a trivellare di più è già stata data, e ne sanno qualcosa proprio i territori delle Romagne, viene però da chiedersi se ciò sia realmente  necessario.

Il metano, che si affermò proprio come fonte energetica di transizione, accettata anche dal mondo ambientalista quando si trattava di cominciare a ridurre la dipendenza dal petrolio e l’impatto inquinante del carbone nonché contrastare l’ondata di entusiasmo filonucleare, è una delle basi su cui si sostiene  il mix energetico dell’Italia, a cui contribuisce con una quota quasi del 43%, di poco inferiore alla quota delle rinnovabili (che comprendono l’idroelettrico, il solare, l’eolico e il geotermico). 

Secondo i dati del GSE (Gestore Servizi Energetici), relativi al pre-consuntivo dell’anno 2020,  le rinnovabili costituiscono circa il 45% del mix energetico nazionale utilizzato per la produzione di energia elettrica immessa nel sistema elettrico; il carbone è ancora ad oltre il 6%, il gas naturale arriva quasi al 43%.

 Ora, da uno studio prodotto dagli stessi operatori del settore (Assorisorse)  risulta che  in Italia esistono 92 miliardi di metri cubi di gas.  Il Sole 24 ore (che riprende lo studio di Assorisorse) si sbilancia ad affermare che “in Italia servirebbe un paio di miliardi per estrarre circa 10 miliardi di metri cubi l’anno per dieci anni”. Nella nostra regione  ci sono già 31 concessioni esistenti; nel periodo 2021-2024 “sono stati programmati investimenti per 254 milioni di euro a fronte di una produzione cumulata di 3,7 miliardi di metri cubi standard (msc)”.

Sappiamo bene che altri produttori di stazza particolarmente importante, come la Russia – che con il  gasdotto Nord Stream 1 e 2 attraversa il Mar Baltico e, contenziosi geopolitici permettendolo, trasporterà in Europa occidentale 110 miliardi di metri cubi gas all’anno – vantano volumi di produzione e trasporto ben maggiori. Ma in ogni caso, attualmente le infrastrutture del gas sul territorio nazionale sono costituite da una rete di 264mila chilometri che raggiunge il 91% dei Comuni. Così come abbiamo ben chiaro che il settore energetico pesa molto (circa per tre quarti) sulle emissioni totali, riconducibili all’utilizzo di fonti fossili per la generazione elettrica e la mobilità. Pensare quindi di passare dagli attuali quattro miliardi di metri cubi di produzione nazionale di gas ad almeno otto, come Cingolani vorrebbe, e quindi trivellare molto di più soprattutto  nei giacimenti in Basilicata e in Adriatico, significherebbe un impatto ambientale altissimo per il territorio italiano, e una pressione sul fronte delle emissioni che rischierebbe di vanificare, forse per sempre, gli impegni presi (già abbastanza timidi) e quelli auspicabili. Si tenga sempre presente che il metano, la cui combustione è si moderatamente meno dannosa di quella di olio combustibile e carbone, se liberato allo stato puro in atmosfera, ha un potere climalterante decine di volte superiore alla stessa anidride carbonica. Alcuni studi parlano di trentasei volte di più, altri arrivano a stimare anche ottanta volte. Nessun impianto metanifero al mondo, nei vari punti della sua “filiera” è mai riuscito ad azzerare le fughe di metano libero in atmosfera.

Si punta sul gas, quindi. Le pressioni e gli interessi del settore oil&gas sono sempre state fortissime, ed oggi è assai probabile che gli appetiti aumenteranno ulteriormente. Anzi, si può dire che si sia risvegliato il mito dell’autarchia energetica, ma senza fare un minimo di autocritica (e avere un po’  di lungimiranza) sul fatto che, se le fonti rinnovabili – nonostante i discontinui, poco convinti e marginali impegni presi fino ad oggi – stanno coprendo attualmente oltre il quaranta per cento del mix energetico, una politica decisa di programmazione nel senso della loro valorizzazione potrebbe, abbastanza rapidamente, almeno eguagliare gli obiettivi che Cingolani e il suo mondo vedono possibili solo attraverso un balzo in avanti nelle estrazioni fossili. E’ chiaro che nessuno nega la necessità della gradualità, ma dovrebbe essere lapalissiano che non si può in nome della gradualità, percorrere addirittura in senso opposto la strada verso il futuro, e lasciare sostanzialmente al palo l’innovazione più sostenibile.

Anche una parte del mondo industriale che si dichiara ambientalista si è arruolata nel fronte metanifero. Non molto tempo fa  al premier Mario Draghi era stata inviata da parte della fondazione Ottimisti & Razionali, guidata da Claudio Velardi, e Italia più Verde, guidata dall’ex presidente di Legambiente Chicco Testa, una lettera aperta, che lo invitava a sostenere in Europa  il nucleare e il gas, nonché la cattura e lo stoccaggio di carbonio, il famoso CCS che riguarda strettamente Ravenna, la sua costa e il suo territorio  Si tratta sicuramente della tecnologia maggiormente discussa nel campo degli investimenti energetici, dal momento che gli impianti di questo tipo presenti nel mondo non hanno dato  i frutti sperati. In Texas l’impianto di Petra Nova è stato avviato a dismissione, in Australia quello della Chevron sta producendo risultati pari al trenta per cento di quanto atteso. E più in genere, per realizzazioni di questo tipo, l’unica cosa certa che si può dire fino ad ora, è che sono costosissimi e che le spese per realizzarli potrebbero con profitto essere dirottate sul fronte delle rinnovabili, non solo nella costruzione di centrali (di diverse dimensioni), ma anche e forse soprattutto nella promozione a tutta forza della produzione diffusa, incoraggiando in ogni modo le scelte individuali, e ancor più varando un piano di costruzione delle comunità energetiche, il vero salto – se ben congegnate – verso l’agognata autonomia, almeno per i consumi nella vita quotidiana delle persone.

Nella lettera di Testa e Velardi si sostiene che   “Oggi la principale fonte di emissioni di CO2 nella generazione elettrica in Europa e nel Mondo sono le centrali a carbone: la loro sostituzione con impianti a gas di pari potenza taglia le emissioni di oltre due terzi. È quanto accaduto in Italia (dove oggi il gas copre il 40% del fabbisogno totale di energia) e nel Regno Unito. L’Italia dispone di riserve di gas…”. Ora, non si spiega perché, laddove si debbano sostituire le centrali a carbone, ciò non possa essere fatto costruendo centrali a rinnovabili, le cui tecnologie sono oggi assolutamente adeguate, e laddove vi sia già una forte presenza sia del gas che della produzione da rinnovabili, non debba essere incrementata quest’ultima, complessivamente molto meno impattante e pressoché inesauribile.

Molte adesioni sono arrivate a sottoscrivere tale appello, fra cui – manco a dirlo – quella di Confindustria Energia.  Sarà una coincidenza, ma  il presidente di Confindustria Energia è Giuseppe Ricci, noto dirigente di Eni.

D’altro lato, da quando è stato annunciato il Recovery Plan, nel luglio del 2020, vi è stato un gran numero di incontri fra gli esponenti dell’industria fossile e i ministeri competenti, con  una media di due incontri settimanali. Ed ENI ha preso la scena, con almeno venti presenze, che gli hanno consentito di promuovere le sue “ soluzioni”, fra cui naturalmente un posto di massimo rilievo spetta al tema della cattura dell’anidride carbonica (CCS). Discorsi simili valgono per Snam, la società che controlla la rete di gasdotti non solo in Italia.

Infatti adesso, nella bozza europea dei PCI (Piani di Interesse Comune) compaiono trenta grandi  impianti a gas per un valore complessivo di 13 miliardi di euro, e  – in Italia –  è Snam la maggiore beneficiaria dei nuovi progetti europei, fra i quali si torna a fare menzione, fra diversi altri,  della   Linea Adriatica, le cui condutture dovranno attraversare il territorio ravennate per poi dirigersi verso l’Appennino Emiliano.

D’altronde i poteri locali non stanno a guardare, e anziché preoccuparsi di tutelare territorio, ambiente e salute, fanno a gara per non essere da meno delle istituzioni centrali o sovranazionali. La Conferenza delle Regioni, in dicembre ha emesso sic et simpliciter  parere favorevole ai permessi di ricerca dei giacimenti di gas. In tale documento si dice che saranno consentite sole le attività relative al gas e non al petrolio, senza dire (ma forse non lo sanno), intanto, che il gas è comunque una fonte fossile al pari del petrolio, con tutta la sua azione dannosa per il clima, come si diceva più sopra, e poi che tale “limitazione” è  in realtà priva di senso. Sia perché la legge stabilisce che l’intesa sia rilasciata con riguardo sia alle ricerche di gas sia a quelle del petrolio, sia perché non è possibile autorizzare solo la ricerca del gas e non anche quella del petrolio, dal momento che non è possibile sapere con esattezza che cosa ci sia nel sottosuolo o nei fondali marini prima ancora di effettuare  la ricerca stessa. Senza contare che si tratta di permessi di ricerca già vigenti, che, al momento della loro adozione, avevano già autorizzato la ricerca dell’uno e dell’altro.

Va raccontato che, quando si parla di riconversione, esempi da seguire in termini di proposte ce ne sono. A Civitavecchia, ad esempio, si è formata da tempo un’ importante rete che mette insieme mondo della ricerca, amministrazione locali, sindacati, galassia ambientalista e studentesca, la diocesi, contestando la proposta di costruzione di una grande centrale turbogas, per puntare invece sulle rinnovabili.  Mario Agostinelli, presidente dell’associazione Laudato Sì, ex ricercatore Enea, già segretario della CGIL lombarda, racconta che al posto di un turbogas  “verrebbe rivisto il sostegno alla rete dei pompaggi e, soprattutto, verrebbe realizzato un sistema eolico offshore galleggiante, a 30 km dalla costa con le giuste caratteristiche del fondale marino e della intensità dei venti, per una produzione iniziale di 210 MW, che andrebbe sostenuto – questo sì – anche coi fondi del PNRR e una parziale partecipazione pubblica. Nascerebbe nella città laziale un vero e proprio hub del Mediterraneo per l’eolico offshore(…), creando opportunità di nuova occupazione e di lavoro di qualità”.

E nonostante tutto si continua a preferire il gas.

Su  Il Sole 24 Ore, leggiamo che: “Sono sulla corsia di arrivo circa 50 progetti di centrali a gas per quasi 20mila megawatt di potenza. Il Sole 24 Ore su dati di mercato e su documentazione ufficiale è riuscito a censirne 48 in vari gradi di sviluppo, dalla prima richiesta di valutazione fino ai lavori autorizzati e in corso. La potenza complessiva dei 48 progetti che è stato possibile dettagliare al Sole 24 Ore è 18.500 megawatt (…)”.

Questo nuovo Klondike, insomma, apre una “corsa al gas” che nei prossimi anni, già da questo 2022, sarà forse uno dei principali terreni dello scontro sociale, e forse –  auspicabilmente – anche politico. Perché delinea una di quelle fasi critiche della storia dell’umanità e degli ecosistemi, tali da lasciare un segno permanente per molte e molte generazioni. Se molte e molte ce ne potranno ancora essere.

Pippo Tadolini  1 gennaio 2022

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