Per la giustizia climatica! Per la buona occupazione!

Analisi e proposte della campagna nazionale  “Per il Clima, Fuori dal Fossile”

Nell’acceso e ormai attualissimo dibattito globale sulle vicende ambientali, ecologiche e climatiche, la questione sociale, e con essa quella occupazionale, trova sempre più spazio e si interconnette sempre più spesso a vertenze e rivendicazioni storicamente lontane dal mondo del lavoro e del sindacato. Tutto questo, per fortuna, appare – ormai con una certa frequenza – non più come una rara eccezione, ma come un’acquisizione abbastanza diffusa, in grado di far avanzare le lotte, radicarle sui territori e, soprattutto, renderle più forti rispetto al recente passato.

Il precipitare della crisi climatica apre crepe sempre più profonde in quella parete divisoria che, per lungo tempo, è stata strumentalmente interposta tra la sfera dei bisogni connessi al reddito ed al lavoro e quella dei diritto alla salute e alla tutela ambientale. Oggi si diffondono sempre di più nuove consapevolezze e sperimentazioni che individuano nel legame tra garanzia del reddito e del lavoro, ed una reale e giusta transizione ecologica un passaggio importantissimo e assolutamente ineludibile. L’uscita dal fossile ed un cambiamento radicale delle politiche eenergetiche stanno investendo inevitabilmente il comparto della produzione: per questo rompere il ricatto dei licenziamenti e delle delocalizzazioni, per la garanzia di un reddito diretto e indiretto, specie nell’attuale contesto di crisi economica che sta colpendo duramente le fasce sociali con un grave e repentino innalzamento dei prezzidelle bollette e, più in generale, del costo della vita, è assolutamente fondamentale.

Così, se da una parte i documenti dell’IPCC (il foro scientifico sul clima delle Nazioni Unite) consegnano al mondo un quadro sul cambiamento climatico impietoso, che chiede a gran voce alle classi dirigenti globali trasformazioni radicali in tutti i settori dell’economia, e che non lascia spazio a nessun tipo di fraintendimento, dall’altra, l’ultimo rapporto IRENA (International Renewable Energy Agency) ci conferma che il totale degli occupati nel settore delle energie rinnovabili sale costantemente da anni ed è già passato dai 7,3 milioni del 2012 ai 12 milioni del 2020. Numeri importanti, inequivocabili e che dobbiamo essere in grado di analizzare anche e soprattutto in relazione alle grandi opportunità che avremo di fronte da qui ai prossimi decenni.

Ciò premesso, pur tenendo in considerazione tutte le contraddizioni e tutti i rischi insiti nel processo di transizione ecologica avviato o da avviare a livello locale, nazionale e mondiale, il percorso che i movimenti per il clima avranno di fronte già nei prossimi anni per tenere unite le lotte non potrà più prescindere da alcuni punti essenziali:

1) analisi e proposte relative al processo di trasformazione ecologica del settore della produzione energetica;

2) analisi e proposte connesse al processo di trasformazione ecologica del settore automobilistico e dei trasporti;

3) riconversione ecologica dei siti industriali da pianificare coinvolgendo attivamente tutte le organizzazioni sindacali ed operaie interessate da tali processi;

4) dismissione e bonifica degli impianti e delle aree inquinate, specie dei SIN (Siti di Interesse Nazionale)  da realizzare ascoltando i pareri e le proposte della cittadinanza attiva anche grazie alla convocazione di apposite assemblee pubbliche, consigli comunali aperti ecc.

Rispetto ad alcuni punti riportati in questa breve e parziale lista di priorità, consideriamo assolutamente emblematica la vicenda dello stabilimento ex GKN di Campi Bisenzio, già proprietà del fondo finanziario Melrose il quale, prima di cedere il sito alla QF dell’imprenditore Francesco Borgomeo, tra le motivazioni utilizzate per giustificare la procedura di licenziamento destinata a 422 lavoratori e lavoratrici e funzionale alla delocalizzazione della produzione, ha usato anche quella della “transizione ecologica” e della necessaria ristrutturazione del settore automotive. In poche parole, dopo aver sussunto una delle più note rivendicazioni dei movimenti globali per il clima, il fondo Melrose ha semplicemente fatto quello che storicamente fanno gli speculatori: ha difeso i suoi interessi licenziando e trasferendo altrove il suo impianto senza che nessuna legge dello Stato italiano glielo impedisse.

Eppure, mentre i signori delle delocalizzazioni si lamentavano per l’irrigidimento di alcuni vincoli dovuti alle nuove politiche ambientali, proprio nello stabilimento di Campi Bisenzio, dove si producono principalmente semiassi, le maestranze erano già pronte a realizzare nuove componenti necessarie a far funzionare veicoli elettrici. Ed esempi analoghi e altrettanto virtuosi a quelli dell’ex GKN si registrano da mesi anche a Civitavecchia dove, sia gli operai metalmeccanici dell’indotto della centrale Enel TVN, sia quelli del molo carbonifero connesso allo stesso impianto, stanno chiedendo a gran voce di avviare e di essere coinvolti in quei processi di trasformazione industriale che, non solo contribuirebbero ad azzerare le emissioni inquinanti e climalteranti di una delle centrali termoelettriche più grandi d’Europa, ma avrebbero,  già nell’immediato, ricadute eccellenti anche sul fronte occupazionale. I lavoratori di Civitavecchia indicano da tempo una strada diversa rispetto a quella che governi ed industriali vorrebbero percorrere; infatti, come è noto da tempo, le nuove centrali a gas non darebbero alcuna garanzia occupazionale, mentre la creazione di un indotto collegato ad un impianto eolico offshore galleggiante e l’ambientalizzazione del porto cittadino sarebbero occasioni importanti per abbattere l’inquinamento e creare buona occupazione. Allo stesso modo, va anche menzionato il progetto di “parco energetico marino ibrido” denominato Agnes, presentato da Saipem  e Quint’x, che si collocherebbe a circa 19 km dalle coste di Ravenna, sistema integrato dove a produrre energia sarebbero pannelli solari galleggianti e 65 pale eoliche a fondazione fissa (per un totale di 620 MW di potenza), con la possibilità di sfruttare l’energia per alimentare elettrolizzatori per produrre idrogeno verde da realizzare su piattaforme petrolifere dismesse.  Si tratta di potenzialità sulle quali è giusto sviluppare l’approfondimento  e l’esame critico, prendendo in considerazione tutti  i vari aspetti. Differente e purtroppo ineluttabilmente meno virtuosa  è invece in questo senso l’esperienza del siderurgico di Taranto, dove operai e cittadini vivono la contraddizione di una fabbrica in cui le rivendicazioni sindacali convergono troppo spesso,  e su punti fondamentali, con le direttive aziendali, laddove la continuità produttiva è tutelata a scapito della sicurezza sul luogo di lavoro, della stessa occupazione e delle ricadute ambientali, sanitarie e sociali  nel loro complesso.L’accanimento legislativo, la mole spropositata di investimenti finora in perdita, come hanno dimostrato gli studi dei comitati di lotta e confermati nell’ultimo  rapporto Eurispes, cambierebbero le sorti di tutti gli aspetti sopra citati se solo fossero diretti alla chiusura di uno stabilimento obsoleto e quindi esposto ad ulteriore rischio di incidente rilevante, al suo smantellamento e alla bonifica di un territorio troppo compromesso per provare a replicare i percorsi di riconversione già avviati in contesti più piccoli.


Questi esempi concreti, in ogni caso, testimoniano ancora una volta quanto la vecchia contrapposizione tra il mondo operaio e le battaglie ecologiste non sia più così radicale e radicata. Tuttavia, per far sì che certe realtà possano finalmente camminare insieme o siano addirittura in grado di elaborare piattaforme rivendicative congiunte, c’è bisogno di ancora più coraggio e ancora più perseveranza. In particolare, come attivisti e attiviste per il clima non possiamo più permetterci di schivare certe questioni, di eludere certe domande o, peggio ancora, reiterare gli errori del passato. Non possiamo perciò più permetterci di affrontare il dibattito sulla transizione ecologica senza immaginare processi di radicale trasformazione industriale o tergiversando sulla spinosa questione occupazionale.

Contestualmente alla nostra assemblea generale del 20-21 novembre 2021, ci stiamo interrogando sulle esperienze di ricomposizione nelle vertenze su lavoro e reddito, salute e ambiente.

Quali proposte industriali realmente green e clean siamo in grado di mettere in campo oggi nel rispetto delle varie specificità territoriale e del diritto al reddito? In che modo si intendono valorizzare le esperienze di qui territori dove vertenze operaie e battaglie contro l’inquinamento hanno già prodotto documenti ed iniziative significative?

Per rispondere a queste domande è assolutamente indispensabile stringere ancora di più i nodi tra lotte operaie e battaglie territoriali, tra saperi scientifici, tecnici e giuridici ed esperienze di democrazia e partecipazione diretta e dal basso. Non possiamo più limitarci ad inseguire l’agenda dei grandi vertici internazionali o mobilitarci periodicamente attorno a grandi manifestazioni nazionali che, per quanto riuscite e molto partecipate, non riescono poi ad andare oltre un singolo appuntamento di piazza. Occorre invece lanciare un percorso condiviso a lungo termine, che sia in grado di crescere nell’analisi e nella proposta. Un percorso collettivo che sia quindi capace di smascherare e respingere ogni tentativo di greenwashing mentre prova contemporaneamente ad elaborare e sostenere piani industriali credibili, tecnologicamente percorribili e soprattutto a zero emissioni.
Può quindi l’attivismo per il clima essere incisivo anche nei processi di rilancio del settore manifatturiero, metalmeccanico e complessivamente industriale del nostro Paese? Si può uscire dall’egemonia fossile proponendo da subito percorsi di trasformazione industriale e rigenerazione territoriale capaci di generare buona occupazione?  E ancora, come governare dal basso tali processi di transizione senza lasciare indietro nessuno?

Rispondere a queste domande non è e non sarà facile.Proprio per questo riteniamo che l’avviodi un dibattito serrato tra movimenti per il clima e mondo del lavoro non sia più procrastinabile. Consideriamo inoltre necessario un coinvolgimento, sia collaborativo che conflittuale, dei poteri locali, i quali, secondo noi, dovranno necessariamente essere fra i principali “motori” della transizione assumendosi responsabilità e promuovendo molteplici iniziative sui vari territori.


La campagna nazionale “Per il Clima Fuori dal Fossile” invita quindi tutte e tutti ad aprire un percorso di ricomposizione sociale e culturale  che promuova,  qui ed ora, un luogo assembleare di confrontoinsieme a tutte quelle realtà di lavoratori e lavoratrici che intendono mettere in discussione le vecchie forme del lavoro e della produzione, dentro la transizione ecologica, nel locale e nel globale, e difendere così il proprio diritto alla continuità del reddito. Un simile contenitore sperimentale potrebbe rafforzare ed estendere le esperienze pilota in lotta oltre quelle che sono di fatto specificità vertenziali e territoriali e,  allo stesso tempo, incoraggiare quelle realtà più periferiche e meno visibili, ma egualmente sensibili e soggette alle medesime condizionie contraddizioni.

L’avvio di un dibattito serrato tra movimenti per il clima e del mondo del lavoro non è più procrastinabile. È ora di fare un primo passo in questa direzione. È finalmente ora di camminare insieme.

Gennaio, 2022

Per il Clima, Fuori dal Fossile

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