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Movimento No TAP/SNAM della Provincia di Brindisi Redazione emergenzaclimatica.it

Dossier: Idrogeno blu e CCS

a cura di emergenzaclimatica.it

“L’idrogeno blu è del 20% peggiore per l’ambiente che bruciare metano”, secondo l’ultima ricerca di Stanford University/Cornell University (Aprile 2021)

“ L’idrogeno blu è spesso visto come un importante vettore energetico in un futuro mondo decarbonizzato. Attualmente, la maggior parte dell’idrogeno è prodotto mediante “steam reforming” del metano (c.d. “idrogeno grigio”), con elevate emissioni di anidride carbonica.

Molti stati oggi propongono invece di utilizzare la cattura e lo stoccaggio del carbonio (tecnologia CCS) per ridurre (“ridurre” non … “eliminare”) queste emissioni, producendo il cosiddetto “idrogeno blu“, presentato come soluzione appunto a “basse emissioni” o “idrogeno compensato”. (Michele Carducci).

Ma un recente  studio, svolto da un autorevole gruppo di ricerca delle Università di Stanford e Cornell, smonta in modo rigoroso e non confutabile la “policy legend” del c.d. “idrogeno blu”,  dimostra che la soluzione non è neppure a “basse emissioni”. I dati attestano che le emissioni di gas serra derivanti dalla produzione di “idrogeno blu” permangono piuttosto elevate, in particolare a causa del rilascio di metano fuggitivo, persino nel caso in cui l’anidride carbonica catturata dovesse essere immagazzinata per sempre e senza dispersioni, ipotesi, questa del carattere definitivo e senza dispersioni, priva di qualsiasi dimostrazione scientifica e pratica.

Lo studio: le emissioni con H2 blu e CCS sono del 20 per cento superiori che bruciare direttamente gas e addirittura del 60% bruciando diesel per il riscaldamento, considerando il carbon footprint dell’intera filiera produttiva.

Lo studio degli scienziati ha portato sconcerto nella stampa del Regno Unito, dove Boris Johnson sta per emanare la Strategia Nazionale sull’Idrogeno, basando la sua transizione ecologica al 70% proprio sull’uso di H2 blu e CCS per decarbonizzare l’economia inglese, con l’impianto BP a Teesside e il più grande impianto CCS al mondo di SSE e Equinor vicino a Hull. (vedi bibliografia)

Ma in Italia questo studio è passato quasi inosservato, come anche l’ultimo rapporto AR6 dell’IPCC che lancia “l’allarme rosso per l’umanità”.

Cos’è l’idrogeno blu? E il CCS?

L’idrogeno è uno degli elementi più diffusi in natura, ma si può scindere in modo conveniente industrialmente solo dal metano ( CH4, detto idrogeno grigio o blu) o dall’acqua ( H2O,  detto idrogeno verde).

Parleremo qui dell’idrogeno blu. Si ottiene come detto dal metano ( CH4 ) tramite elettrolisi, che richiede molta energia, e restituisce come scarto molto biossido di carbonio (CO2). L’idrogeno blu, rispetto all’idrogeno grigio, cerca di catturare tale “resto sporco” della produzione, e di stoccarlo sottoterra nei giacimenti esausti delle trivellazioni terrestri di petrolio o gas sulla terraferma o in mare. Così l’idrogeno grigio, con forti emissioni di CO2, diventa blu, catturando e nascondendo la CO2 prodotta “sotto il tappeto” con il CCS…

Per alimentare gli elettrolizzatori, non importa che energia si usa, se rinnovabile o fossile o nucleare. E ci sono diverse metodologie tecniche per estrarre l’idrogeno dal metano: ma le emissioni di CO2 sono simili, e devono essere catturate. Ma per farne cosa?

La produzione di idrogeno blu non è conveniente a livello energetico: per produrre l’equivalente di 1 Kw/ora di energia da idrogeno combusto servono circa 5 Kw/ora di energia: uno spreco dell’80% di energia ed emissioni massicce di CO2. Servono perciò ingenti interventi di sovvenzioni statali per giustificare tale produzione, che pagheremo noi poi nelle bollette in nome della decarbonizzazione.

  • E la Commissione Europea, in una nota emessa sui progetti di Recovery Fund italiani a fine giugno 2021 (DOC SWD (2021) 165 final), a pagina 60 sotto il principio del DNSH, “Do No Significant Harm”, stabilisce che nel PNRR italiano “gli investimenti nell’idrogeno saranno limitati all’idrogeno verde e non conterranno idrogeno blu ne coinvolgeranno il gas naturale” https://ec.europa.eu/info/system/files/com-2021-344_swd_en.pdf

La tecnologia CCS

CCS vuol dire Carbon Capture and Storage, ma c’è anche il CCUS, dove la U sta per Utilization, cioè una parte della CO2 catturata viene riutilizzata per scopi industriali. In parole povere, le industrie energetiche (tipo centrali a carbone ENEL) e petrolchimiche (tipo impianto ENI di Ravenna) continuano a produrre CO2 climalterante nelle loro produzioni, ma la catturano in parte, stoccandola sotto terra, rendendo così “green” le loro solite produzioni inquinanti, cioè riducendo in parte le emissioni in aria della CO2. Un classico study case di greenwashing. La produzione di idrogeno blu da metano con CCS  ne è un classico esempio.

CCS a livello scientifico

A livello scientifico ci sono molti studi che effettuano comparazioni relative, ossia binarie, tra le imprese che “fanno meglio” nella CCS. Ma questo tipo di comparazione è ingannevole (al primo posto risulta infatti Exxon!) con riguardo ad altre comparazione binarie, come quella dell’Accademia Nazionale di Scienze degli Stati Uniti. Del resto, i progetti CCS sono tendenzialmente fallimentari, quindi “incerti”.

Bisogna tener conto  che tutte le strategie su CCS, idrogeno blu etc. operano dentro la logica della c.d. “curva di indifferenza”, ossia immaginando che il decisore (soprattutto aziendale) abbia a disposizione diverse opzioni di scelta su cui esprimere liberamente la propria preferenza, senza alcuna gerarchia o priorità dettata dall’esterno.

Questo schema “in vitro” è ormai impraticabile nell’emergenza climatica.

Spieghiamo: è come immaginare la “curva di indifferenza” sul che fare dentro una casa in fiamme, predicando opzioni e preferenze fra loro tutte uguali, dal farsi bruciare vivo all’uscire di fretta da casa al chiamare i pompieri etc. e poi magari comparare chi fa meglio degli altri per ognuna di queste opzioni (per es. chi è stato più rapido nel chiamare i pompieri, che nell’abbandonare la casa ecc…). 

E’ di tutta evidenza che questo genere di rappresentazioni e comparazioni (praticate appunto dal Global CCS Institute), fingono sulla realtà, perché negano che ci sia una variabile determinante e indipendente che vincola e condiziona le preferenze: l’emergenza climatica (cfr. https://impatti.sostenibilita.enea.it/research/topic/86 ).

I pochi progetti CCS nel mondo

Sono solo 3 i progetti attualmente attivi citati in tutte le pubblicazioni: Sleipner in Norvegia, Weyburn in Canada e Salah in Algeria. Ma senza risultati economicamente convenienti. Poi, in  coincidenza con la strategia energetica varata dalla Merkel durante la sua presidenza UE (il pacchetto Clima Energia 20 20 20, taglio del 20% delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 1990, 20% del fabbisogno energetico ricavato da fonti rinnovabili, miglioramento del 20% dell’efficienza energetica),  fissati nel 2007 e recepiti nelle legislazioni nazionali nel 2009), le lobby del fossile ottennero in compensazione 1 miliardo di euro per realizzare “la costruzione e la messa in funzione, entro il 2015, di 12 impianti di dimostrazione per la produzione commerciale di elettricità con cattura e stoccaggio del carbonio (CCS)”.

L’Italia presentò il progetto ENI – ENEL “CCS Brindisi – Cortemaggiore – Porto Tolle” per 100 milioni di euro.

Il “progetto di eccellenza” italiano: CCS Brindisi – Cortemaggiore del 2008

Inaugurato nel 2011 alla presenza dell’allora Ministra dell’Ambiente Prestigiacomo, doveva separare una piccola quantità di CO2 dai fumi della centrale a carbone Enel di Brindisi (8 mila t/anno di CO2 sequestrata secondo i dati del portale sulla carbon sequestration del Massachussets Institute of Technology). La CO2 doveva poi essere trasportata lungo gran parte della penisola con autobotti fino a Cortemaggiore, 800 km, nel piacentino, per essere iniettata all’interno di un sito di stoccaggio geologico di Stogit (il gestore degli stoccaggi gas). L’impianto di cattura alla centrale ENEL di Cerano è stato realizzato, ma poi non si è saputo più nulla del progetto CCS. Nel 2015 la ditta Stogit ha presentato in Provincia richiesta di riesame dell’ autorizzazione integrata ambientale (Aia) per l’impianto di compressione e stoccaggio di gas naturale in Comune di Cortemaggiore (via Tre Case e via Sant’Anna, in località Olza) e in Comune di Besenzone, dove si cita ancora l’impianto di iniezione di anidride carbonica, del quale si erano perse le tracce dal 2012.

Tanto che persino il MIT  di Boston dichiarava chiuso il progetto nel 2016 per non aver ricevuto dati: “After an initial testing period in March 2011, the project was expected to be operational by 2012. However there has been no news on this project since 2011 and it is presumed that the project didn’t proceed to the operational phase.”

Solo nel 2020, Salvatore Bernabei, numero 1 di Enel Green Power, ha  dichiarato in un’intervista a Standard & Poors che quella della CCS per Enel è una stagione finita.

E solo l’11 agosto 2021 ENEL presenta le integrazioni alla Valutazione di Impatto Ambientale per la conversione a gas di Cerano, e decide di demolire “l’area retro caldaie a carbone e l’impianto sperimentale di cattura e stoccaggio della CO2” visto che le ombre delle strutture, proiettate sui pannelli solari da installare, ridurrebbero drasticamente la produzione energetica dei pannelli.  Il flop del progetto.

  • Nel 2018, la Corte dei Conti Europea nella relazione n. 24/2018 ha certificato il fallimento della tecnologia CCS dopo aver esaminato i risultati ottenuti con il programma EEPR. I progetti sono stati cancellati o conclusi senza essere entrati in funzione, con l’eccezione dell’impianto pilota in Spagna che, però, non ha dimostrato l’utilizzo del CCS su scala reale.

L’ENI e il CCS di Ravenna

2020: ma ENI insiste: il progetto CCS di Ravenna  è un polo di separazione di CO2 da attività energetiche e chimiche almeno inizialmente dell’area del gruppo Eni e sua iniezione in giacimenti gas esauriti del medio Adriatico. La dimensione obiettivo di ENI ne farebbe “uno dei più grandi hub del mondo di CCS” con una capacità a regime fino a 5 milioni di t CO2.

Nell’ estate 2020, Claudio Descalzi parla di un lavoro di Eni per proporre uno dei progetti principali al Piano Europeo del Recovery Fund: il CCS di Ravenna.

Infatti troviamo nella prima bozza del Recovery Plan di dicembre 2020 del Governo Conte bis 1.2 miliardi da investire nel progetto CCS di Ravenna. Ma la Commissione istruttrice della UE boccia il finanziamento, escluso poi già nella seconda bozza PNRR del governo Conte e poi nella versione definitiva del PNRR presentata dal governo Draghi ad aprile 2021 dopo la citata nota EC di fine giugno 2021 (DOC SWD (2021) 165 final). Restano nel PNRR definitivo solo investimenti in Green Hydrogen Valley e idrogeno verde. Ma il neoministro della Transizione Ecologica Cingolani punta ancora sull’idrogeno blu…

La Strategia Nazionale sull’Idrogeno (2020)

Il Ministero dello Sviluppo Economico presenta nel novembre 2020 la nuova Strategia Nazionale sull’idrogeno, basandosi sui dati del PNIEC ( Piano Nazionale Italiano Energia e Clima ) di gennaio 2020.

Il piano prevede: 2% circa di penetrazione dell’idrogeno nella domanda energetica finale, fino a 8 Mton in meno di emissioni di CO2eq, circa 5 GW di capacità di elettrolisi per la produzione di idrogeno (elettrolisi=idrogeno blu), creazione di oltre 200k posti di lavoro temporanei e fino a 10k di posti fissi, fino a 27 mld € di PIL aggiuntivo, fino a 10 mld € di investimenti per H2 (investimenti FER da aggiungere),

di cui metà da risorse e fondi ad hoc.

E ciò per implementare applicazioni per la mobilità (es. camion a lungo raggio,

treni, navi, aviazione, ecc. ), applicazioni industriali (es. chimica, raffinazione, siderurgia primaria, ecc. ), stoccaggio e generazione di elettricità dall’idrogeno, applicazioni per il riscaldamento residenziale e commerciale.

Le nostre osservazioni al PNIEC prima (basato al 70% sulla transizione ecologica col metano) e poi alla Strategia sull’idrogeno hanno dimostrato che:

  • le previsioni del Piano sull’idrogeno sono anacronistiche, considerando la stesura del PNIEC che prevedeva una riduzione solo del 40% delle emissioni per il 2030, e a priori, considerando  l’ultimo rapporto AR6 dell’IPCC che imputa il metano come la causa principale per l’allarme rosso all’umanità.
  • che la Strategia Europea sull’idrogeno è molto più incisiva raccomandando una “priority to develop renewable hydrogen”
  • che c’è una costante confusione tra idrogeno rinnovabile verde e idrogeno “compensato” blu
  • che è basata sull’idrogeno “compensato” con CCS, e in Italia non ci sono impianti CCS funzionanti
  • che non ci sono incentivi per elettrolizzatori e idrolizzatori
  • che le reti gas italiane sono adeguate al trasporto solo del 5% di idrogeno in mix col metano, perciò è un combustibile poco distribuibile
  • e tanto altro (vedere le nostre osservazioni alla Strategia sull’idrogeno).

Le nostre conclusioni:

  • l’idrogeno blu ha risultati quantitativamente poco rilevanti
  • il CCS rinvia il problema CO2 alle generazioni future
  • il CCS ha costi elevati e rischi sismici e ambientali
  • l’idrogeno blu conviene solo alle aziende fossili
  • H2 blu deve essere sostenuto da sovvenzioni pubbliche per essere conveniente, soldi dati alle aziende fossile per continuare a inquinare e nascondere  la CO2 sottoterra
  • tutte le sperimentazioni finora sono state “uno spreco di risorse pubbliche” secondo la Corte dei Conti Europea
  • H2 può essere trasportato negli attuali gasdotti solo al 5-10%, giustificando l’uso di metano al 90%
  • L’ultimo rapporto AR6 dell’IPCC indica il metano come il principale elemento climalterante responsabile dell’emergenza climatica, perciò da ridurre, anzi, azzerare subito, soprattutto per le perdite fuggitive nella filiera.

Bibliografia del dossier:

Fonti CCS:

  • Il Catalogo delle Tecnologie Energetiche.pdf – DSCTM – CNR del 2017, pag. 39

Definizione preliminare delle specifiche tecniche per la … Enea 2016, pag. 47 Ambiguità, rischi e illusioni della CCS-CCUS – WWF di maggio 2021

Rassegna stampa sullo studio su H2 Blu e CCS:

Lo studio di Stanford University e Cornell University:

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/ese3.956

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1002/ese3.956

La Relazione speciale della Corte dei Conti Europea sul fallimento del CCS

La Nota della Commissione Europea sui progetti di Recovery Fund italiani di fine giugno 2021 (DOC SWD (2021) 165 final:

Fonti su H2 blu e CCS

  • “Renewables 2020 – Global Status Report”, REN21.
  • “Il punto sull’eolico”, GSE, ottobre 2017.
  • “Rapporto Statistico Solare fotovoltaico 2018”, GSE, giugno 2019.
  • “Fattori di emissione atmosferica di gas a effetto serra nel settore elettrico nazionale e nei principali Paesi Europei”, ISPRA, 2019.
  • “Tons of Co2 emitted into the atmosphere”, The World Counts.  https://www.theworldcounts.com/challenges/climate-change/global-warming/global-co2- emissions/story
  • Estimation of Greenhouse Gas Emissions from the EU, US, China, and to 2060 in Comparison with Their Pledges under the Paris Agreement, Yang Liu 1,2 ID , Fang Wang 1,* and Jingyun Zheng 1,2, in MDPI, 2017
  • World Energy Outlook, IEA, 2016-2019
  • Carbon removal lessons from an early corporate purchase, Microsoft, 2021
  • Special Report on Carbon Capture Utilisation and Storage in clean energy transitions, IEA, 2020
  • Sito web del progetto Hynet di produzione di “blue hydrogen” in prossimità di Liverpool: https://hynet.co.uk/
  • Intervista di Claudio De Scalzi a Osvaldo De Paolini del Messaggero, 17/9/2020, https://www.eni.com/it-IT/media/news/2020/09/intervista-claudio-descalzi-messaggero.html

Fonti progetto CCS Brindisi – Cortemaggiore ENI – ENEL

Redatto da Angelo Gagliani,

con il contributo degli studenti della redazione e del Prof. Michele Carducci, UniSalento

SULMONA, QUESTIONE SNAM: INTERVENGA LA MAGISTRATURA

L’opera è inutile e sarà pagata in bolletta dai consumatori italiani . Lo dice anche l’ENI.

I Comitati cittadini per l’ambiente e il Coordinamento No Hub del gas hanno chiesto alle Procure della Repubblica di Roma e di Sulmona di aprire una indagine sulla lunga e controversa vicenda Snam al fine di fare piena luce sui tanti aspetti poco chiari che caratterizzano l’iter autorizzativo della centrale  e del metanodotto.  Il dettagliato esposto degli ambientalisti, corredato da numerosi allegati,  parte dall’assunto che le motivazioni che hanno portato ad autorizzare l’opera siano prive del presupposto fondamentale, ovvero la sua necessità. Di conseguenza tutti gli atti adottati in merito ne risultano inficiati.

L’esposto è basato sui dati contenutinei piani decennali e nei bilanci della Snam. La multinazionale, al fine di ottenere le autorizzazioni da parte dello Stato, ha sempre sostenuto che l’opera è necessaria perché la rete di trasposto del gas italiana “potrebbe in futuro risultare congestionata”.Questa tesi poteva avere una sua validità quando è stato presentato il progetto (2004) masuccessivamente è stata clamorosamente smentita dalla realtà. Infattitutte le previsioni della Snam sulla crescita dei consumi di gas si sono rivelate sbagliate. Il picco massimo dei consumi di metano si è avuto nel 2005 con 86,265 miliardi di metri cubi; nel 2019 sono stati pari a 74,34 miliardi di mc e – secondo le previsioni della stessa Snam – nel 2030 saranno di 62,4 miliardi di mc. Questo significa che nel nostro Paese i consumi di gas non raggiungeranno mai più il livello del 2005 e quindi che la rete nazionale non potrà risultare “congestionata” ma, al contrario, risulta già oggi sovradimensionata.  Pertanto costruire nuovi inutili impianti rappresenta uno sperpero di denaro( la Rete Adriatica, centrale compresa, costa 2 miliardi e 500 milioni di euro)  che verrà scaricato sulle bollette dei cittadini italiani. Lo dice chiaramente l’ENI, di cui la Snam è una filiazione :“Trattandosi di investimenti che non sono necessari a garantire il soddisfacimento della domanda nazionale (…) si farebbero gravare interamente sui consumatori italiani i costi sostenuti (…) che verrebbero recuperati in tariffa in 40/50 anni”.Né è pensabile poter esportare  metano verso altri Paesi europei perché la riduzione dei consumi di fonti fossili, gas compreso, coinvolge tutta l’Europa, impegnata a raggiungere la neutralità climatica al 2050, nel rispetto dell’Accordo di Parigi.

A fronte di questo scenario inequivocabile la Snam avrebbe dovuto rinunciare spontaneamente al suo progetto insostenibile sul piano energetico, economico, climatico e ambientale.  Ma non lo ha fatto perché conta di poter usufruire di contributi europei e italiani che una perversa legislazione gli consente di avere anche se non venderà neppure un metro cubo di metano in più. Dal canto suo lo Stato italiano avrebbe dovuto azzerare il progetto e ritirare le autorizzazioni già concesse, ma non lo ha fatto. Pertanto si chiede al Magistrato di accertare se la Snam abbia fuorviato ed indotto in errore  gli organi decisionali; se la Snam con il suo comportamento abbia posto in essere  una situazione tale da arrecare un danno economico ai cittadini italianiattraverso un immotivato aumento della bolletta energetica; se la Snam con il suo comportamento abbia posto in essere una situazione da cui potrebbe ottenere un indebito vantaggio economico anche attraverso finanziamenti e incentivi previsti dalla normativa europea e italiana; se gli organi dello Stato italiano abbiano agito con la necessaria diligenza nel valutare le motivazioni addotte dalla Snam per giustificare l’opera e se siano state commesse violazioni di legge nel concedere le relative autorizzazioni; se l’Autorità per l’Energia (Arera) abbia deliberato l’immissione in tariffa dei costi di opere che dovessero risultare prive della necessaria giustificazione, e se ciò si configuri come adozione di atti illegittimi;  se lo Stato italiano, autorizzando tali infrastrutture fossili inutili e dannose, abbia posto e ponga in essere atti che violano gli obblighi internazionali in materia di cambiamento climatico.

Sulmona 2 settembre 2021                                                                         

Comitati cittadini per l’ambiente

 Coordinamento No Hub del Gas

Info :sulmonambiente@gmail.com   Mario 3478859019  – Pietro 3282210938

CINGOLANI, KEEP CALM!!! “Ambientalisti peggio della catastrofe climatica”:

Ci vediamo davanti al Ministero della Transizione (?) ecologica il 9 ottobre prossimo.

Ma quali ambientalisti “radical chic”.

Rispondiamo alle recenti dichiarazioni del Ministro della Transizione (?) Ecologica, Roberto Cingolani. Perché le riteniamo offensive verso le migliaia di persone che in tutta Italia, da Taranto a Marghera, da Brindisi a Falconara, passando per Civitavecchia, Ravenna e tanti altri siti produttivi e inquinati soffrono le conseguenze ambientali sanitarie economiche della filiera da fonti fossili. Non è una questione da salotto per noi e moltissimi altri, forse lo è per lei ben comodo sulle poltrone.

La Campagna “Per il Clima, Fuori dal Fossile” è composta da movimenti che da oltre 30 anni lottano per l’ambiente, ma anche dai più giovani Fridays for Future, e dopo che la volontà popolare a larga maggioranza per ben 2 referendum vittoriosi si è espressa per l’abrogazione in Italia del nucleare del 1987 e del 2011, e con il problema ancora aperto del Deposito Unico delle Scorie Nucleari e del fallimentare progetto di Trisaia di rigenerare le scorie nucleari acquistate dagli USA, parlare di nuovi progetti nucleari è veramente anacronistico oltre che’ “ideologico”. Senza dover ricordare il disastro di Chernobyl e il più recente di Fukushima, dove ora si è costretti a rilasciare a tempo indeterminato le acque radioattive nel Pacifico.

Ministro Cingolani, non si capisce perché, mentre in Europa Lei sembra promuovere il PNRR italiano basato su incremento delle fonti rinnovabili, auto elettriche, idrogeno verde e risparmio energetico, invece in Italia sostiene in prima fila la fissione nucleare, auto e treni a idrogeno blu da metano, nuovi permessi di trivellazioni di petrolio e gas, a terra e a mare, e nuovi gasdotti, come l’autorizzazione rinnovata al megagasdotto Poseidon, con approdo a Otranto e gas proveniente da Israele, Cipro e Egitto.

La fusione nucleare è solo ai primi studi, e ci vorranno 30-50 anni prima che sia realizzabile. E intanto il VI rapporto AR dell’IPCC (composto dai massimi studiosi mondiali sull’emergenza climatica) denuncia l’allarme rosso per l’umanità, e lei ha voglia di deridere noi ambientalisti che denunciavamo già 30 anni fa la crisi climatica?

E mentre tutta Europa punta sulle auto 100% elettriche (basta guardare le pubblicità delle auto in TV), Lei guarda alle auto e alle caldaie per riscaldamento a idrogeno blu, un mercato che non ha né domanda né offerta? E a nuovi gasdotti? A inceneritori? A nascondere la CO2 sotto terra con i CCS? A nuove trivelle di petrolio e gas? Sono tutti progetti esclusi dalla UE dai progetti finanziabili con il Recovery Plan e Just Transition Fund. Si chiamano “stranded assets” in economia, opere che godono del finanziamento pubblico, ma che poi non diventano operative o comunque sono già progettati in perdita.

Il 24 agosto 2018 è entrato in vigore il “Regolamento recante modalità di svolgimento, tipologie e soglie dimensionali delle opere sottoposte a dibattito pubblico” (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 10 maggio 2018, n. 76), che obbliga lo Stato Italiano a sottoporre a consultazione pubblica e democratica tutte le grandi opere. Come hanno fatto per esempio Germania e Francia per ogni progetto PNRR presentato.

Perché non sappiamo nulla degli oltre 150 progetti che dovrebbero essere finanziati con la prima tranche del PNRR, ma avete pubblicato solo dei capitoli di spesa generali? Quali sono tali progetti e dove sono? I fondi del PNRR sono solo in parte un “regalo” della UE, ma due terzi sono debiti che dovremmo restituire noi “radical chic” e tutti gli italiani, in particolare i nostri figli, nei prossimi decenni: e vogliamo sapere per cosa saranno spesi gli oltre 50 miliardi per la parte fondamentale degli investimenti nelle energie.

Il prossimo 9 ottobre, porteremo la nostra protesta e le nostre proposte sotto al suo Ministero per reclamare un cambio di passo netto e deciso verso una vera riconversione ecologica per la giustizia climatica.

Chiediamo a tutte le realtà ecologiste e ai comitati territoriali, di confrontarci e di aderire a questo importante appuntamento, pensato come una tappa di quel percorso di mobilitazioni che, dal NO G20 di Venezia e di Napoli, passando dalle iniziative di contestazione della pre–Cop in programma a Milano, e dallo sciopero generale dei sindacati di base, ci porterà alle manifestazioni contro la COP 26 a Glasgow.

Campagna “Per il Clima, Fuori dal Fossile”

2 settembre 2021

BASTA BUGIE. FERMIAMO IL GREENWASHING. PORTIAMO IN PIAZZA LA GIUSTA TRANSIZIONE

Appello per una nuova stagione di lotta contro i fossili e per una vera trasformazione ecologica. Incontriamoci a Roma sabato 9 ottobre.


Quando si parla di cambiamenti climatici, di global warming, di carestie, siccità o disastri ambientali, le parole d’ordine da un paio d’anni a questa parte sono sempre le stesse: riconversione ecologica, decarbonizzazione, bonifica dei territori, neutralità climatica. Il mondo è in fiamme, le foreste bruciano, le città soffocano; i 50°c sfiorati a Vancouver e le alluvioni nel nord Europa di questa estate sono solo un piccolo assaggio di quanto può accadere nel prossimo futuro. La crisi climatica ed ecologica è qui e ora, e nei territori questo si traduce anche nell’inquinamento di prossimità e nella cementificazione che soffocano l’ambiente e le popolazioni. La riconversione ecologica deve essere radicale e immediata, ma governi e multinazionali continuano ad osteggiarla, anteponendo ad essa la priorità dei profitti e degli interessi economici e finanziari.


Di fronte a tali urgenze, mentre si susseguono i soliti e inconcludenti vertici internazionali, i governi italiani degli ultimi anni sono tra i più succubi delle lobby del fossile e dei grandi gruppi industriali, del tutto subordinati alle loro pressioni. Il Governo Draghi ha addirittura istituito il nuovo ministero della Transizione Ecologica, nominando Roberto Cingolani, già direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia ed ex dirigente di Leonardo. E proprio a Cingolani si sono rivolti in questi mesi, oltre che le più note organizzazioni ecologiste italiane, anche decine di associazioni, collettivi e comitati territoriali italiani impegnati da anni nelle battaglie contro inceneritori, gasdotti, centrali termoelettriche, rigassificatori, depositi di carburante, acciaierie, raffinerie e grandi opere inutili. Tuttavia, né il Ministro Cingolani né il suo entourage hanno mai dato riscontro positivo anzi si muovono in una direzione assolutamente opposta a quella che a chiacchiere si dice di voler seguire e portare avanti. Emblematico da questo punto di vista il via libera dato ad Aprile a vecchie e nuove trivelle per cercare o estrarre gas fossile o petrolio, alle pressioni affinchè si realizzi lo stoccaggio CCS a Ravenna o caparbia insistenza a proseguire l’impiantistica No Tap ed le grandi opere nel Veneto.

A questo va aggiunta la riconferma di Cingolani e Draghi a un Piano Energia e Clima insufficiente e pericoloso: più volte il ministro ha dichiarato come la decarbonizzazione in Italia debba necessariamente passare attraverso il gas metano, sorvolando sul fatto che proprio questo combustibile fossile costituisce una delle maggiori fonti climalteranti. Così, dopo mesi di annunci e di grandi promesse, quella che sta prendendo forma in Italia è una transizione infarcita di metanodotti, trivelle e addirittura nuove grandi centrali. Per non parlare del revival sul nucleare! Uno dei primi atti firmati da Cingolani è stata l’autorizzazione ad inquinare (AIA) rilasciata per la centrale di compressione Snam di Sulmona, impianto che è a supporto del nuovo mega gasdotto appenninico “Linea Adriatica”: due infrastrutture metanifere totalmente inutili, visti i consumi di gas in calo e il sovradimensionamento di quelle già esistenti.
Come comitati e movimenti territoriali ribadiamo semplicemente e legittimamente il nostro secco NO a tutti questi nuovi e scellerati progetti industriali che le multinazionali propongono e che le istituzioni complici si accingono ogni volta ad autorizzare. Molte dei nostri percorsi di lotta sono riusciti ad andare bel oltre ai sacrosanti “NO”, mettendo generosamente in campo idee e progetti alternativi elaborati dal basso e in grado di mandare in crisi in poco tempo tutta la narrazione tossica legata al greenwashing, alla finta transizione ecologica italiana e alla finta lotta al cambiamento climatico. Il caso più eclatante è sicuramente quello di Civitavecchia dove, da più di due anni, comitati, collettivi, associazioni di categoria e sindacati stanno lavorando insieme per promuovere l’istituzione sul loro territorio della più grande comunità energetica portuale d’Europa. Tale progetto ad emissione zero, denominato Porto Bene Comune, alimentato esclusivamente da impianti fotovoltaici, eolico offshore, idrogeno verde ed accumulatori, rappresenta, non solo simbolicamente, una delle alternative più interessanti da contrapporre all’anacronistica logica dei grandi poli di produzione energetica e alla conversione delle centrali da carbone a gas. Una proposta che avrebbe potuto e dovuto incontrare il sostegno del MITE. Le cose non stanno però andando in questa direzione. Nonostante in molti, a partire dal consiglio comunale di Civitavecchia e fino all’assessorato alla Transizione Ecologica della regione Lazio, si siano dichiarati contrari alla riconversione della centrale termoelettrica da carbone a metano, nonostante le gravi ripercussioni che tale riconversione produrrebbe sugli equilibri occupazionali dei territori e nonostante nella cittadina laziale siano stati addirittura organizzati degli scioperi per scongiurare tale nefasta ipotesi, Cingolani continua a tergiversare e a dichiarare che la decarbonizzazione deve passare dal gas.


La vicenda di Civitavecchia e la perseveranza di tutti gli altri territori in lotta contro le devastazioni ambientali e contro i combustibili fossili dimostrano che, anche di fronte alla drammaticità della crisi che stiamo attraversando,


la forza di un progetto alternativo o la coesione sociale di un intero territorio non bastano da sole a sconfiggere le lobby dell’estrattivismo e la logica del profitto. Serve di più. Serve un passo avanti. Serve dunque unire le forze, contaminare le idee, dar vita ad una nuova stagione di lotta che si muova per andare oltre la sporadicità e la discontinuità dei singoli appuntamenti e, soprattutto, saldi le battaglie territoriali che in questi mesi, nonostante la pandemia, si sono conosciute, confrontate e sostenute a vicenda.


Se il ministro Cingolani pensa di poter attuare tranquillamente una transizione ecologica ad immagine e somiglianza dei piani industriali di Eni, Enel, Snam e di tutti gli altri colossi energetici con cui, anche nostro malgrado, abbiamo avuto a che fare in questi ultimi anni, si sbaglia di grosso. Abbiamo alle spalle la forza di lotte decennali, la credibilità di progetti alternativi validissimi, la volontà politica di non cedere mai più al ricatto occupazionale e la lucidità di coloro che prendono molto seriamente le grida d’allarme che le nuove generazioni e la comunità scientifica internazionale lanciano ogni giorno. Quindi, se il Ministero della Transizione Energetica non ha intenzione di ascoltare i territori, saranno i territori a farsi ascoltare. Il tempo è scaduto. Incontriamoci a Roma sabato 9 ottobre, portiamo la nostra protesta e le nostre proposte sotto al Ministero per reclamare un cambio di passo netto e deciso verso una vera riconversione ecologica per la giustizia climatica.

Chiediamo a tutte le realtà di lotta, soprattutto territoriali, di confrontarci e di aderire i per la migliore riuscita di questo importante appuntamento, pensato come una tappa di quel percorso di mobilitazioni che, dal NO G20 di Venezia e di Napoli, passando dalle iniziative di contestazione della pre–Cop in programma a Milano, e dallo sciopero generale dei sindacati di base, ci porterà alle manifestazioni contro la COP 26 a Glasgow.


Campagna Nazionale “Per il Clima Fuori dal Fossile!”
Info:
adesioni via mail: perilclimafuoridalfossile@gmail.com
https://fuoridalfossile.wordpress.com
Facebook: perilclimafuoridalfossile
Telef. 331–7838197 ( Viviana ) 338–1195358 ( Renato ) 340–5276772 ( Riccardo )

Versione PDF stampabile del comunicato qui.

Brindisi deve cambiare! Basta velENI, gas, biogas, carbone e inceneritori

Petrolchimico ENI Versali Brindisi, 17/08/2021

Lettera aperta al Sindaco di Brindisi e al Consiglio Comunale

Brindisi deve cambiare!  Basta velENI, gas, biogas, carbone e inceneritori.

Ultimatum alla politica di Brindisi. O si cambia subito o sarà troppo tardi.

Le sfiammate eccezionali dell’ultima notte della torcia del petrolchimico ENI, “ha destato grande preoccupazione ed allarme nella popolazione”, come dichiarato dal sindaco Riccardo Rossi, tanto che molte famiglie della costa a sud di Brindisi fino a Lendinuso si sono svegliate in piena notte, verso l’una, e si sono trasferite altrove.

Questo è solo l’ultimo episodio di sfiammate di ENI, che va avanti da almeno due mesi con sfiammate a tutte le ore, per manutenzione dicono, rilasciando emissioni di benzene altamente cancerogeno, rilevato da ISPRA, ma non da Arpa, l’Agenzia per la Prevenzione e la Protezione dell’Ambiente, a cui Eni non ha dato il permesso di  installare centraline di monitoraggio nella propria sede del petrolchimico.

Invitiamo il Sindaco ad esercitare i poteri derivanti dal suo ruolo perché è del tutto evidente che l’azienda ENI non riesce a fornire le garanzie giuste e in attesa che l’Arpa pretenda di rilevare i dati nella maniera corretta, è necessario raccogliere le preoccupazioni della popolazione fornendo risposte decise a cui la politica e le istituzioni non possono sottrarsi.

Ma è anche l’ultima occasione per cambiare Brindisi e il suo assetto industriale e occupazionale con il Recovery Fund.

E mentre molte altre città e porti con siti energetici e chimici compaiono nel Recovery Fund, come Gela, Gioia Tauro, Mestre, Ravenna, nelle 340 pagine della versione approvata del Next Generation EU non compare mai il nome di Brindisi.  

Tutta l’Italia diventa Green con i 200 miliardi dei fondi UE, ma quali sono invece i progetti per Brindisi? Sono tutti progetti bocciati dalla Commissione Europea nel Recovery Fund, perché contrastano con l’obiettivo della riduzione del 55% delle emissioni di CO2 per il 2030:

  • Conversione a gas della centrale ENEL di Cerano: l’azienda giustifica l’investimento solo per accedere al bando per il capacity market, cioè ricevere fondi annuali non per la produzione di energia, ma per coprire eventuali picchi di consumo non coperti dalle rinnovabili: produrre energia col gas non sarebbe economicamente conveniente. E intanto fino al 2025 andrà ancora a carbone.
  • Impianto A2A di Brindisi Nord: bocciata dal MITE la conversione a gas, la centrale ferma dal 2014 propone un inceneritore per bruciare “gli spazzamenti delle strade e la poseidonia”: altro inquinamento per Brindisi.
  • Deposito GNL Edison: occupare parte del porto con un deposito che fornisce il metano per auto alle stazioni di servizio di tutto il Sud, con centinaia di autobotti che distribuiscono il metano in tutto il sud.
  • La colmata di Fiume Grande: una vasca di cemento all’estuario di un fiume, che raccolga i rifiuti inquinati dei dragaggi dei porti di tutto il sud Italia: una discarica a mare aperto
  • Centrale di compostaggio di Erchie (Heracle) e di Brindisi: non per valorizzare il compost raccolto in città e anche fuori regione, ma per produrre dal compost, in modo anaerobico, gas metano (biocombustibile), con i residui non più utilizzabili come compost da restituire ai campi come fertilizzante organico per combattere la desertificazione e rafforzare gli ulivi colpiti da Xylella: le aziende private di compostaggio rivendono così il biogas prodotto per produrre energia con il sovrapprezzo per le biomasse rinnovabili
  • Raddoppio gasdotto TAP/SNAM e nuovo gasdotto Poseidon che arriva poi a Matagiola (Brindisi) e nuovo megagasdotto Matagiola-Massafra: metà di tutto il gas consumato in Italia passerà dalla centrale di Matagiola, ben 14 gasdotti, aumentando l’elevato rischio di incidente industriale di Brindisi con ben 11 siti ad elevato rischio in pochi chilometri: Brindisi capitale del gas metano, gas denunciato dall’ultimo rapporto IPCC dell’ONU come principale causa del surriscaldamento climatico.
  • Autorizzazione trivelle in mare per petrolio e gas nella costa tra Fasano e Brindisi, anche entro le 12 miglia: in discussione al MITE lo sblocco concessioni.
  • Nessun progetto di bonifica, neanche nel Recovery Plan, per la discarica industriale di Micorosa, il più grande SIN d’Europa, provocato proprio da Edison prima, dalle varie gestioni ENI poi, condannata dal TAR un mese fa alle spese per la bonifica, secondo il principio di chi inquina, paga. Il telone che contiene i 60 ettari di veleni si sta sversando in mare per l’erosione della costa e rischia di diventare  il più grande disastro ambientale del Mediterraneo, e nessuno fa niente.

Dal lato turistico, Brindisi città ormai è stata defraudata dalle politiche nazionali e regionali: i traghetti per la Grecia, Albania e Turchia ormai da 20 anni sono stati trasferiti a Bari, le crociere dall’anno scorso sono state trasferite a Taranto, l’area archeologica di Punta delle Terrare e la spiaggia di Sant’Apollinare sono inaccessibili per sequestro giudiziario, la costa sud con il petrolchimico e Cerano sono improponibili, anche se c’è la Riserva Regionale del Bosco di Tramazzone, a cui SNAM in giugno 2020 ha tagliato la falda di acqua senza nessuna protesta o azione da parte di Regione e Comune, lasciando anche 400 abitanti di Torre Rossa a Tuturano senza acqua nei pozzi…. Altro disastro ambientale.

Ma a Brindisi, ENI, ENEL, SNAM, TAP, A2A,  Edison possono fare quello che vogliono, come hanno fatto finora, impuniti, e fare profitti a danno del nostro ambiente, paesaggio e della nostra salute.

Alcune nostre proposte rivolte a un’amministrazione comunale coraggiosa:

  • ENI Versalis con chimica verde e centrale di Cerano chiusa: i terreni di ENI e ENEL contaminati convertiti a campi solari.
  • La Grande Foresta Orientale, come proposta dall’assessore Prof. Borri, che va dal Parco di Punta Serrone e Saline, dove svernano i fenicotteri,  fino al Bosco di Tramazzone, con lo smantellamento della centrale di Cerano convertita a centro faunistico e riqualificazione ambientale dell’area
  • Salvaguardia del territorio: bacini, canali, parchi, coste, boschi
  • Riforestazione di ogni angolo della città e della periferia
  • Organizzazione di comunità energetiche: ogni casa, condominio, quartiere installa, sotto il coordinamento del Comune, pannelli solari sui tetti per l’autoconsumo: il Comune di Brindisi ha ricevuto 300 milioni di euro dalla legge regionale 45/2019, e tutti gli impianti sono gratis col superbonus e il bonus ecologico: pannelli solari, pompe di calore per riscaldamento, colonnine ricarica auto, fornelli ad induzione: ogni famiglia non pagherebbe più a ENEL la bolletta di corrente e del gas, non andrebbe più a far benzina con l’auto elettrica rifornita dal proprio sistema solare e stoccaggio batterie.… Immaginate i risparmi.

Basta sfiammate ENI e ground flairing assurdo, basta conversioni a gas, nuovi gasdotti, inceneritori e compostaggi anaerobici per la produzione di energia, basta land grabbing con impianti solari in aree agricole e 3000 pale eoliche selvagge in provincia, basta con progetti bocciati dal Just Transition Fund e dal Recovery Fund per il raggiungimento della riduzione del 55% delle emissioni entro il 2030. E il Comune di Brindisi, la Provincia di Brindisi e la Regione Puglia hanno anche dichiarato l’emergenza climatica con specifici impegni ambientali.

Sono solo dei sogni per una Brindisi diversa, all’avanguardia, veramente green, con tanti benefici a livello occupazionale (che i progetti a gas o inceneritori non garantiscono), turistico, ambientale e della salute pubblica del territorio.

I nostri problemi di Brindisi sono i problemi di tutta l’Italia.

Firmatari:

Movimento No TAP/SNAM della Provincia di Brindisi

Redazione di Emergenzaclimatica.it

Salute Pubblica Brindisi

Forum Ambiente Salute e Sviluppo

Comitato No Compostaggio Erchie

Forum Ambientalista,  Associazione di tutela ambientale riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente ai sensi dell’art.13 della legge 349/86

Comitato ForestaForesta

Forum Ambiente e Salute Lecce

Verdi Ambiente e Società Salento

Comitato Cittadini e Lavoratori liberi e pensanti, Taranto

Raggia Tarantina

Potere al Popolo Taranto e Provincia

Associazione Polibase

Comitato Ulivivo

Coordinamento regionale di Cittadini, Associazioni e Comitati territoriali impegnati per la salvaguardia dell’ambiente e la tutela dei territori in Puglia

Da altre regioni, preoccupati per Brindisi, firmano anche:

Campagna Per il Clima, Fuori dal Fossile

Altro Modo Flegreo Pozzuoli (Napoli)

Forum Beni Comuni, legalità, diritti del Ponente Savonese

GreenVivi

Opzione Zero

Coord. Ravennate “Per il Clima Fuori dal Fossile”

Collettivo No al Fossile Civitavecchia

TerraBlu

Zero Pfas Padova

Trivelle Zero Molise

Coordinamento No SNAM

Trivelle Zero Marche

Comitati Cittadini per l’Ambiente Sulmona

No Hub del Gas Abruzzo

No Tubo SNAM

Global Call: Banks, Stop Financing Fossil Fuels

Organizzazioni di tutto il mondo chiedono a tutte le banche di riconoscere che il loro continuo supporto all’industria fossile è incompatibile col salvare il pianeta dal crollo climatico e di intraprendere le seguente azioni per fermare definitivamente questo supporto:

  • Fermare immediatamente qualsiasi finanziamento ai progetti di espansione dei fossili e a tutte le compagnie che promuovono estrazioni e infrastrutture fossili sull’intera catena di valorizzazione delle fonti fossili.
  • Pubblicare piani per il phase out di tutti i finanziamenti ai progetti e alle compagnie fossili, con una timeline allineata con il surriscaldamento globale entro i 1.5°C, a partire dalle miniere e centrali a carbone, dai progetti e compagnie attive nell’olio di sabbie bituminose, olio e gas artico, trivelle di olio e gas in mare, fracked oil e gas e LNG.
  • Richiedere a tutti i clienti di pubblicare i piani di uscita per le loro attività sui comnbustibili fossili in base agli obiettivi di 1.5°C di riscaldamento globale.
  • Impegnarsi all’impatto zero di tutti i finanziamenti per il 2050 e di dimezzare tali emissioni per il 2030 at the latest, senza fare affidamento su schemi di compensazione non accreditati;
  • Porre fine immediatamente a tutti i finanziamenti a progetti e compagnie fossili che abusano sui diritti umani, incluso i diritti degli indigeni.
  • Riportare pubblicamente e in modo completo tutti i passaggi precedenti.

Le nostre organizzazioni si impegnano a fare tutto il possibile per porre fine ai finanziamenti bancari al settore dei combustibili fossili, per prevenire la catastrofe climatica ed assicurarsi che il settore bancario promuova una rapida e giusta transizione energetica.

https://www.fossilbanks.org/supporters

08/08: flash mob a matagiola

Flash Mob a Matagiola, azione conclusiva dell’Ostuni Climate Camp. Per il Clima, contro i gasdotti e i fossili con i Movimenti di tutta Italia.Alla centrale di interconnessione SNAM di Matagiola, Brindisi, arrivano o partono già 11 gasdotti, tra cui TAP. E 5 dei 6 nuovi gasdotti italiani della ultima PCI List, Progetti di Interesse Comune Europeo, partiranno o arriveranno sempre a Matagiola: i gas del nuovo gasdotto Eastmed Poseidon (che arriva da Israele, Cipro, Egitto), il raddoppio della portata di TAP e dell’Interconnessione TAP/SNAM, il nuovo gasdotto Matagiola-Massafra, e il gas che passerà dal completamento della Rete Adriatica SNAM attraverso il nuovo gasdotto Foligno-Sulmona e Sulmona-Sestino.Brindisi capitale del gas? No, grazie. Fuori dal Fossile!

Climate Open Platform

Una piattaforma di realtà ed individui nata in risposta ai vertici globali sul clima che si terranno a Milano a fine Settembre 2021, con la consapevolezza che questa potrebbe essere l’ultima occasione rimasta per cambiare rotta prima della catastrofe climatica ambientale e che è necessario agire ora.

La nostra adesione all’appello

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Ostuni Climate Camp 2021

Il “Climate Camp di Ostuni 2021” nasce su iniziativa di associazioni e movimenti di carattere locale e nazionale , con collegamenti mediterranei ed oltre , ed è basata su una esigenza che è quella di costruire un fronte sempre più largo capace di mettere in discussione le scelte di chi abbiamo di fronte.
Parlare ad esempio di lotta ai combustili fossili e della necessità di bloccare subito i programmi dei gasdotti, dal Tap al Poseidon, significa immediatamente contribuire a salvare il pianeta e lottare contro un capitalismo sempre più vorace , capace di scatenare guerre “umanitarie” i loro interessi economici e dall’altra propongono al mondo una velleitaria lotta ai cambiamenti climatici.
Così come ci viene proposto il PNRR che non è altro che un finanziamento alle grandi opere inutili, dannose e costose.
L’appello alla partecipazione al campeggio è rivolto quindi dai No Tav ai No Muos agli oppositori dell’Ilva a Taranto , attraversando tutta l’Italia delle opposizioni alla devastazione territoriale.
I diversi G20 che si sono svolti in Italia fino ad oggi hanno dimostrato che la loro economia viene sempre al primo posto.
In Puglia ad esempio abbiamo vissuto il G20 dei Ministri degli Esteri che ha avuto come epilogo la decisione della lotta al Daesh nel Sahel, che ha tutto il sapore dell’ennesima avventura coloniale rivolte alla certezza dello sfruttamento delle materie prime.
Così come abbiamo assistito in questi giorni al rifinanziamento della missione in Libia, chiudendo gli occhi su torture e morti in mare ed altro ancora, pur di assicurarsi la presenza di aziende italiane come l’Eni e dintorni.
Il programma del campeggio cerca di abbracciare una serie di temi su cui costruire percorsi sempre più unitari come era già avvenuto per il 23 marzo 2019 dove sfilammo in centomila , unendo la maggior parte delle vertenze territoriali italiane.
Discuteremo di fonti fossili, di Grandi Opere e lotta al PNRR, della riscoperta del nucleare e del deposito nazionale , di estrattivismo , di migranti, di popoli in lotta, dell’uso della emergenza per distruggere il territorio e proporre nuovi programmi per l’agricoltura come nel caso della Xylella, di cambiamenti climatici, del G20 del 30 Ottobre a Roma, della preCop di Miliano e della Cop26 di Gasglow.
La sera la trascorreremo insieme con la musica per finire con i tamburelli sul mare in una bellissima caletta.

Glasgow: Kick Polluters Out of COP26

Lettera aperta al Governo Britannico

Da Glasgow a tutto il mondo, 243 organizzazioni chiedono che i grandi responsabili dell’inquinamento vengano esclusi da COP26.
Il momento è cruciale. Non vi è posto per i responsabili dell’inquinamento nei negoziati UN su clima e ambiente.

Se fai parte di una collettivo comunitario, un gruppo attivista, un sindacato o un’organizzazione no profit, puoi aiutarci a promuovere le nostre richieste cliccando su questo link per firmare la nostra lettera aperta al governo del Regno Unito.

Qui la lettera in italiano: https://www.gcop.scot/open-letter/