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Sarà un 2022 a tutto gas ?

Pippo Tadolini

Coordinamento ravennate “Per il Clima – Fuori dal Fossile”

Probabilmente nessuno si aspettava che  con un Governo e una maggioranza  condotte – dal punto di vista ambientale – dal Cingolani-pensiero, ci potesse essere una significativa battuta d’arresto in uno dei progetti-scommessa del mondo dell’ oil&gas, quello dell’impianto di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica (CCS) al largo delle coste ravennati. E invece è successo, quando la buona volontà di pochi parlamentari coerentemente ambientalisti è stata premiata in commissione al Senato. Pochi giorni prima, il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani era stato molto chiaro: sia il gas che il nucleare rientrano nella lista degli investimenti classificabili come sostenibili.  Che cosa significa, in  pratica ?  Riprendendo la spiegazione del Vicepresidente della Commissione Europea , “L’inserimento di gas e nucleare nella tassonomia è una questione che è stata sollevata da vari ministri. Per il mix energetico del futuro abbiamo bisogno di più rinnovabili ma anche di fonti stabili e la Commissione adotterà una tassonomia che copre anche il nucleare e il gas”.

Cingolani, come si sa,  da tempo parla della fusione nucleare (ma anche di un non meglio precisato ‘nucleare di nuova generazione’) e del gas come  indispensabili, e va affermando – tanto per dare un messaggio tranquillizzante – che senza il ricorso massiccio a queste fonti la transizione ecologica sarà un “bagno di sangue”. Menzionando molto di rado il fatto che sul fronte delle rinnovabili esistono già progetti molto concreti (come il progetto Agnes per la creazione di un parco eolico al largo di Ravenna), che potrebbero essere avviati rapidamente alla fase di realizzazione. Intanto, nel question time del 15 dicembre, la sottosegretaria al Ministero della Transizione Ecologica, Vannia Gava, ha affermato che l’Italia attende che dalla Commissione Europea, con riferimento al gas naturale, vengano stabilite le soglie emissive basate su quelle tecnologie che consentano “di inquadrare il settore nel contesto degli obiettivi ambientali”.

Come si sa, la campagna Per il clima – Fuori dal fossile, che sta diventando un punto di riferimento della mobilitazione, anche per le storiche e collaudate associazioni ambientaliste, ha chiesto al governo di assumere una posizione chiara sulla tassonomia, e avviare un discorso deciso sullo sviluppo delle rinnovabili. A partire da un problema molto semplice: qual è il reale fabbisogno di gas?

Fin dall’inizio, pur con atteggiamenti altalenanti, il ministro Roberto Cingolani a più riprese ha delineato la propria idea di transizione ecologica, ripetendo spesso che è necessario aumentare la produzione interna di gas, non trivellando di più ma  usando di più i giacimenti che ci sono già. A parte il fatto che l’autorizzazione a trivellare di più è già stata data, e ne sanno qualcosa proprio i territori delle Romagne, viene però da chiedersi se ciò sia realmente  necessario.

Il metano, che si affermò proprio come fonte energetica di transizione, accettata anche dal mondo ambientalista quando si trattava di cominciare a ridurre la dipendenza dal petrolio e l’impatto inquinante del carbone nonché contrastare l’ondata di entusiasmo filonucleare, è una delle basi su cui si sostiene  il mix energetico dell’Italia, a cui contribuisce con una quota quasi del 43%, di poco inferiore alla quota delle rinnovabili (che comprendono l’idroelettrico, il solare, l’eolico e il geotermico). 

Secondo i dati del GSE (Gestore Servizi Energetici), relativi al pre-consuntivo dell’anno 2020,  le rinnovabili costituiscono circa il 45% del mix energetico nazionale utilizzato per la produzione di energia elettrica immessa nel sistema elettrico; il carbone è ancora ad oltre il 6%, il gas naturale arriva quasi al 43%.

 Ora, da uno studio prodotto dagli stessi operatori del settore (Assorisorse)  risulta che  in Italia esistono 92 miliardi di metri cubi di gas.  Il Sole 24 ore (che riprende lo studio di Assorisorse) si sbilancia ad affermare che “in Italia servirebbe un paio di miliardi per estrarre circa 10 miliardi di metri cubi l’anno per dieci anni”. Nella nostra regione  ci sono già 31 concessioni esistenti; nel periodo 2021-2024 “sono stati programmati investimenti per 254 milioni di euro a fronte di una produzione cumulata di 3,7 miliardi di metri cubi standard (msc)”.

Sappiamo bene che altri produttori di stazza particolarmente importante, come la Russia – che con il  gasdotto Nord Stream 1 e 2 attraversa il Mar Baltico e, contenziosi geopolitici permettendolo, trasporterà in Europa occidentale 110 miliardi di metri cubi gas all’anno – vantano volumi di produzione e trasporto ben maggiori. Ma in ogni caso, attualmente le infrastrutture del gas sul territorio nazionale sono costituite da una rete di 264mila chilometri che raggiunge il 91% dei Comuni. Così come abbiamo ben chiaro che il settore energetico pesa molto (circa per tre quarti) sulle emissioni totali, riconducibili all’utilizzo di fonti fossili per la generazione elettrica e la mobilità. Pensare quindi di passare dagli attuali quattro miliardi di metri cubi di produzione nazionale di gas ad almeno otto, come Cingolani vorrebbe, e quindi trivellare molto di più soprattutto  nei giacimenti in Basilicata e in Adriatico, significherebbe un impatto ambientale altissimo per il territorio italiano, e una pressione sul fronte delle emissioni che rischierebbe di vanificare, forse per sempre, gli impegni presi (già abbastanza timidi) e quelli auspicabili. Si tenga sempre presente che il metano, la cui combustione è si moderatamente meno dannosa di quella di olio combustibile e carbone, se liberato allo stato puro in atmosfera, ha un potere climalterante decine di volte superiore alla stessa anidride carbonica. Alcuni studi parlano di trentasei volte di più, altri arrivano a stimare anche ottanta volte. Nessun impianto metanifero al mondo, nei vari punti della sua “filiera” è mai riuscito ad azzerare le fughe di metano libero in atmosfera.

Si punta sul gas, quindi. Le pressioni e gli interessi del settore oil&gas sono sempre state fortissime, ed oggi è assai probabile che gli appetiti aumenteranno ulteriormente. Anzi, si può dire che si sia risvegliato il mito dell’autarchia energetica, ma senza fare un minimo di autocritica (e avere un po’  di lungimiranza) sul fatto che, se le fonti rinnovabili – nonostante i discontinui, poco convinti e marginali impegni presi fino ad oggi – stanno coprendo attualmente oltre il quaranta per cento del mix energetico, una politica decisa di programmazione nel senso della loro valorizzazione potrebbe, abbastanza rapidamente, almeno eguagliare gli obiettivi che Cingolani e il suo mondo vedono possibili solo attraverso un balzo in avanti nelle estrazioni fossili. E’ chiaro che nessuno nega la necessità della gradualità, ma dovrebbe essere lapalissiano che non si può in nome della gradualità, percorrere addirittura in senso opposto la strada verso il futuro, e lasciare sostanzialmente al palo l’innovazione più sostenibile.

Anche una parte del mondo industriale che si dichiara ambientalista si è arruolata nel fronte metanifero. Non molto tempo fa  al premier Mario Draghi era stata inviata da parte della fondazione Ottimisti & Razionali, guidata da Claudio Velardi, e Italia più Verde, guidata dall’ex presidente di Legambiente Chicco Testa, una lettera aperta, che lo invitava a sostenere in Europa  il nucleare e il gas, nonché la cattura e lo stoccaggio di carbonio, il famoso CCS che riguarda strettamente Ravenna, la sua costa e il suo territorio  Si tratta sicuramente della tecnologia maggiormente discussa nel campo degli investimenti energetici, dal momento che gli impianti di questo tipo presenti nel mondo non hanno dato  i frutti sperati. In Texas l’impianto di Petra Nova è stato avviato a dismissione, in Australia quello della Chevron sta producendo risultati pari al trenta per cento di quanto atteso. E più in genere, per realizzazioni di questo tipo, l’unica cosa certa che si può dire fino ad ora, è che sono costosissimi e che le spese per realizzarli potrebbero con profitto essere dirottate sul fronte delle rinnovabili, non solo nella costruzione di centrali (di diverse dimensioni), ma anche e forse soprattutto nella promozione a tutta forza della produzione diffusa, incoraggiando in ogni modo le scelte individuali, e ancor più varando un piano di costruzione delle comunità energetiche, il vero salto – se ben congegnate – verso l’agognata autonomia, almeno per i consumi nella vita quotidiana delle persone.

Nella lettera di Testa e Velardi si sostiene che   “Oggi la principale fonte di emissioni di CO2 nella generazione elettrica in Europa e nel Mondo sono le centrali a carbone: la loro sostituzione con impianti a gas di pari potenza taglia le emissioni di oltre due terzi. È quanto accaduto in Italia (dove oggi il gas copre il 40% del fabbisogno totale di energia) e nel Regno Unito. L’Italia dispone di riserve di gas…”. Ora, non si spiega perché, laddove si debbano sostituire le centrali a carbone, ciò non possa essere fatto costruendo centrali a rinnovabili, le cui tecnologie sono oggi assolutamente adeguate, e laddove vi sia già una forte presenza sia del gas che della produzione da rinnovabili, non debba essere incrementata quest’ultima, complessivamente molto meno impattante e pressoché inesauribile.

Molte adesioni sono arrivate a sottoscrivere tale appello, fra cui – manco a dirlo – quella di Confindustria Energia.  Sarà una coincidenza, ma  il presidente di Confindustria Energia è Giuseppe Ricci, noto dirigente di Eni.

D’altro lato, da quando è stato annunciato il Recovery Plan, nel luglio del 2020, vi è stato un gran numero di incontri fra gli esponenti dell’industria fossile e i ministeri competenti, con  una media di due incontri settimanali. Ed ENI ha preso la scena, con almeno venti presenze, che gli hanno consentito di promuovere le sue “ soluzioni”, fra cui naturalmente un posto di massimo rilievo spetta al tema della cattura dell’anidride carbonica (CCS). Discorsi simili valgono per Snam, la società che controlla la rete di gasdotti non solo in Italia.

Infatti adesso, nella bozza europea dei PCI (Piani di Interesse Comune) compaiono trenta grandi  impianti a gas per un valore complessivo di 13 miliardi di euro, e  – in Italia –  è Snam la maggiore beneficiaria dei nuovi progetti europei, fra i quali si torna a fare menzione, fra diversi altri,  della   Linea Adriatica, le cui condutture dovranno attraversare il territorio ravennate per poi dirigersi verso l’Appennino Emiliano.

D’altronde i poteri locali non stanno a guardare, e anziché preoccuparsi di tutelare territorio, ambiente e salute, fanno a gara per non essere da meno delle istituzioni centrali o sovranazionali. La Conferenza delle Regioni, in dicembre ha emesso sic et simpliciter  parere favorevole ai permessi di ricerca dei giacimenti di gas. In tale documento si dice che saranno consentite sole le attività relative al gas e non al petrolio, senza dire (ma forse non lo sanno), intanto, che il gas è comunque una fonte fossile al pari del petrolio, con tutta la sua azione dannosa per il clima, come si diceva più sopra, e poi che tale “limitazione” è  in realtà priva di senso. Sia perché la legge stabilisce che l’intesa sia rilasciata con riguardo sia alle ricerche di gas sia a quelle del petrolio, sia perché non è possibile autorizzare solo la ricerca del gas e non anche quella del petrolio, dal momento che non è possibile sapere con esattezza che cosa ci sia nel sottosuolo o nei fondali marini prima ancora di effettuare  la ricerca stessa. Senza contare che si tratta di permessi di ricerca già vigenti, che, al momento della loro adozione, avevano già autorizzato la ricerca dell’uno e dell’altro.

Va raccontato che, quando si parla di riconversione, esempi da seguire in termini di proposte ce ne sono. A Civitavecchia, ad esempio, si è formata da tempo un’ importante rete che mette insieme mondo della ricerca, amministrazione locali, sindacati, galassia ambientalista e studentesca, la diocesi, contestando la proposta di costruzione di una grande centrale turbogas, per puntare invece sulle rinnovabili.  Mario Agostinelli, presidente dell’associazione Laudato Sì, ex ricercatore Enea, già segretario della CGIL lombarda, racconta che al posto di un turbogas  “verrebbe rivisto il sostegno alla rete dei pompaggi e, soprattutto, verrebbe realizzato un sistema eolico offshore galleggiante, a 30 km dalla costa con le giuste caratteristiche del fondale marino e della intensità dei venti, per una produzione iniziale di 210 MW, che andrebbe sostenuto – questo sì – anche coi fondi del PNRR e una parziale partecipazione pubblica. Nascerebbe nella città laziale un vero e proprio hub del Mediterraneo per l’eolico offshore(…), creando opportunità di nuova occupazione e di lavoro di qualità”.

E nonostante tutto si continua a preferire il gas.

Su  Il Sole 24 Ore, leggiamo che: “Sono sulla corsia di arrivo circa 50 progetti di centrali a gas per quasi 20mila megawatt di potenza. Il Sole 24 Ore su dati di mercato e su documentazione ufficiale è riuscito a censirne 48 in vari gradi di sviluppo, dalla prima richiesta di valutazione fino ai lavori autorizzati e in corso. La potenza complessiva dei 48 progetti che è stato possibile dettagliare al Sole 24 Ore è 18.500 megawatt (…)”.

Questo nuovo Klondike, insomma, apre una “corsa al gas” che nei prossimi anni, già da questo 2022, sarà forse uno dei principali terreni dello scontro sociale, e forse –  auspicabilmente – anche politico. Perché delinea una di quelle fasi critiche della storia dell’umanità e degli ecosistemi, tali da lasciare un segno permanente per molte e molte generazioni. Se molte e molte ce ne potranno ancora essere.

Pippo Tadolini  1 gennaio 2022

Vittoria dell’intera comunità contro giacimento gas Val di Sangro

#GAS E #TRIVELLE, MITE BOCCIA PROGETTO GIACIMENTO ONSHORE PIÙ GRANDE D’EUROPA IN ABRUZZO.FORUM H2O E SOA: VITTORIA DELL’INTERA COMUNITÀ

Comunicato stampa del 09/10/2021Trivelle e Gas, bocciato dal MITE il progetto relativo al più grande giacimento onshore d’Europa in Abruzzo Forum H2O e SOA: soddisfazione, vittoria dell’intera comunità. Contributo alla lotta alla crisi climatica. Forum H2O e Stazione Ornitologica Abruzzese esprimono grande soddisfazione per l’ennesima vittoria contro un progetto petrolifero in Abruzzo, quella relativa a quello che è stato definito “il più grande giacimento” di gas in terraferma in Europa, in val di Sangro. Il Ministero della Transizione Ecologica, sommerso da osservazioni di comuni, regione e associazioni, non ha potuto che esprimere un parere negativo su un progetto che era stato già pesantemente censurato dalla V.I.A. regionale e dal Consiglio di Stato. Dobbiamo dire che il comportamento del Ministero è stato comunque grave visto che ha permesso di riaprire un procedimento che in realtà doveva essere considerato chiuso. Nel parere negativo della commissione VIA nazionale del marzo 2021 si può leggere “Nonostante il tempo avuto a disposizione e la numerosità ed abbondanza delle produzioni operate dal Proponente, dette criticità per le ragioni sopra evidenziate, tutte qui richiamate, non sono state superate, in quanto è mancata l’analisi degli impatti, diretti e indiretti, di cantiere, di realizzazione, di esercizio, di dismissione, sulle matrici rilevanti. Tra i più gravi, la mancata adeguata valutazione della localizzazione dell’opera, definita anche nel corso dell’audizione tecnica del 19.3.2021, come “….il più grande giacimento di gas naturale onshore in Europa……” in corrispondenza di una complessa situazione tettonica e a ridosso di una diga in terra battuta che sbarra un invaso di 4 milioni di metri cubi di acqua, diga completata nel 1962 quando ancora non era stata rilevata la complessità geologica della zona.”Da subito avevamo sottolineato nelle osservazioni i rischi per la presenza di faglie attive nell’area e di terremoti indotti.La comunità abruzzese tutta ha dato un altro contributo concreto all’abbandono delle fossili. Per l’ennesima volta lottare porta a risultati concreti per il territorio e per l’ambiente.Qui il provvedimento del MITE: https://va.minambiente.it/…/DettaglioUltimiProvved…/2762

STAZIONE ORNITOLOGICA ABRUZZESE

FORUM H2O

02/06: CCs ravenna

🔸Ravenna è stata da poco teatro della manifestazione contro il CCS, divenuto ormai l’emblema dell’accanimento terapeutico sulle fonti fossili, e oggi proprio a Ravenna si sta svolgendo l’assemblea nazionale della Campagna Per il Clima Fuori dal Fossile, finalmente in presenza

🤗 e con la partecipazione di referenti di tanti territori italiani in lotta contro il fossile.

💪🏽 Idee, scambi e progetti per trovare le strategie più efficaci per arrivare a determinare l’agenda energetica del nostro paese

#perilclimafuoridalfossile

12/05: manifestazione a ravenna

Ravenna è il banco di prova per il futuro energetico in Italia, e non solo…

Mercoledì 12 maggio saremo in tanti dalle 17 in piazza proprio a Ravenna per ribadire, in forma radicale, la netta contrarietà al progetto Eni CCS, Carbon Capture and Storage:

perchè è inaccettabile pensare che fondi pubblici del recovery fund possano finanziare un progetto privatistico di una multinazionale tra le maggiori responsabili della crisi climatica globale e locale;

perchè è un progetto di produzione di idrogeno “blu” da fonti fossili e cattura della co2 emessa in esubero, che non fa altro che tardare il già lento processo di decarbonizzazione, e mantenerci sempre più dipendenti da gas e petrolio;

perchè si tratta di una proposta obsoleta e nei fatti impraticabile, già sperimentata altrove con pessimi risultati, e accantonata negli Usa come altrove.

Il progetto Eni CCS è un esempio circostanziato che ben rappresenta il modus operandi di Eni a livello generale oltre le campagne mediatiche di greenwashing ed ecologismo da parata per mantenere uno status di azienda, ancora con una larga partecipazione statale, che strizza l’occhio a riconversioni di facciata con le quali mitigare il vero zoccolo duro aziendale: fonti fossili, petrolio gas, ramificazioni multinazionali, rapacità estrattiva in Italia e in Europa come in Africa e altrove nei tanti sud del mondo.ENI è un perfetto paradigma dell’ideologia estrattivista delle multinazionali del settore: profitti per pochi, inquinamento e povertà per tutti gli altri.

Lo scorso anno seppur nel clima di piena pandemia e lockdown come campagna nazionale in occasione della riunione degli azionisti Eni del maggio 2020 agimmo una serie di proteste in tante città, da nord a sud, sotto la sigla stop velENI.

Oggi il concentrarci a Ravenna rappresenta l’espressione di mesi di mobilitazioni assemblee connessioni larghe e plurali, che si sono date in quella città, come in tutto il territorio regionale, che hanno saputo mettere in cortocircuito il decennale monopolio Eni in quei territori e le sue coperture politiche locali e nazionali. Invitiamo tutti ad esserci mercoledì 12 maggio perchè sarà un’altra tappa di un processo di movimento che ha proposte ed idee chiare: la transizione ecologica ed energetica non può passare attraverso la perpetuazione delle produzioni da fonti fossili e la CO2 non va catturata e nascosta sotto un tappeto, ma vanno semplicemente e necessariamente abbattute le sue emissioni. Vincere questa vertenza è possibile e necessario, come lo è altrettanto avanzare proposte finalizzate ad una reale transizione energetica ed ecologica.

Per il clima fuori dal fossile sostiene progetti alternativi e praticabili, quelli si meritori dei finanziamenti pubblici del recovery fund, che prefigurano un nuovo e diverso sistema produttivo, che valorizza il territorio, incentrato sulle energie rinnovabili, capace di offrire nuovi posto di lavoro, senza impatti negativi sull’ambiente e la salute, come il progetto di Porto bene comune di Civitavecchia.

Il futuro non si stocca. No CCS Eni di Ravenna. Per il clima Fuori dal fossile.https://fb.me/e/1l11hoFhX

20/03: CCS Ravenna

Dal #CCS alla vera #Transizione: il nuovo Paradigma energetico – Parte1, ore 9:45

Una giornata di approfondimento sul progetto di Carbon Capture and Storage che Eni vuole proporre a Ravenna, ma anche un momento di dibattito pubblico sul futuro del distretto ravennate.

Sarà questo il focus dell’iniziativa online prevista sabato 20 marzo, in continuità con il primo #ScioperoGlobale per il #Clima di #FridaysforFuture del 2021.

Si dibatterà nello specifico del progetto di CCS ed interverranno prof. Leonardo Setti (ricercatore Unibo), Sara Capuzzo (èNostra), Andrea Minutolo (Legambiente), prof. Vincenzo Balzani (Energia per l’Italia), Augusto De Sanctis (attivista esperto di VIA), Fridays for Future e Renato di Nicola (Campagna per il Clima Fuori dal Fossile).

Programma completo al link: https://bit.ly/2OJ66Ix

16/01: CSS ravenna stralciato da pnrr

Il progetto CCS di ENI finalmente stralciato dal Recovery Plan governativo: una prima grande vittoria della mobilitazione per la giustizia climatica

La rete dei comitati riunita nella Campagna per il Clima Fuori dal Fossile accoglie con soddisfazione lo stralcio dal Recovery Plan del famigerato progetto CCS di ENI per lo stoccaggio di CO2 nella zona di Ravenna.

Si tratta di un risultato importante frutto di una battaglia condotta su più fronti da una pluralità di organizzazioni, prima di tutto dalla coordinamento di comitati e associazioni Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna e dalla campagna NOCCS il futuro non si Stocca.

Non era scontato che nella Città di Ravenna si costituisse un nucleo di opposizione ad un progetto spacciato come “green” e che invece si è dimostrato essere un cavallo di troia per mantenere in vita le filiere dei combustibili fossili, in particolare di quella del gas. In quel contesto infatti, è molto forte la saldatura tra gli interessi di ENI e la difesa di posizioni di rendita da parte delle principali forze politiche e sindacali.

La critica di fondo dei comitati della Campagna Fuori dal Fossile sul tema dello stoccaggio e sulla filiera dell’idrogeno è stata bene espressa con osservazioni molto puntuali alle Linee guida emanate di recente su questo tema dal Governo. I comitati impegnati più direttamente nel contrasto ai progetti di estrazione, trasporto e trasformazione dei combustibili fossili sostengono che il vettore idrogeno può avere una funzione importante nella transizione energetica, tanto è vero che alcune proposte concrete in tal senso sono state avanzate in alcune realtà locali come a Civitavecchia; ma ciò solo nel caso in cui la produzione dell’idrogeno avvenga per mezzo di energia rinnovabile e sostenibile (idrogeno verde).

I sistemi di stoccaggio della CO2 come quello proposto da ENI a Ravenna non sono altro che stratagemmi, per altro di dubbia efficacia e funzionalità, che servono per giustificare l’implementazione degli investimenti sulla filiera del gas.

Una scelta assurda ed estremamente pericolosa visto che ormai anche a livello scientifico è stato accertato come le emissioni fuggitive di metano, gas serra molto potente e persistente, costituiscono una minaccia sempre più grave per il Clima.

E’ evidente che lo stralcio del progetto CCS di Ravenna dal Recovery Plan è solo un primo passo per impedirne la realizzazione; ENI si sta infatti già riorganizzando per trovare altre linee di finanziamento.

Così come è chiaro che questo risultato, per quanto importante, non cambia il segno della critica netta e negativa al Piano varato dal Governo perché ancora una volta sono troppo pochi i fondi previsti per la transizione ecologica, e troppi quelli destinati a grandi opere inutili e devastanti, come ad esempio la TAV, alla filiera del gas e alle false fonti di energia sostenibili.

La crisi provocata dalla pandemia, nella sua drammaticità, ha messo in evidenza tutti i limiti e gli squilibri del sistema produttivo ed economico imperante a livello globale. Allo stesso tempo questa crisi può diventare l’occasione per cambiare radicalmente e subito la direzione.

Il tempo per le mezze misure è scaduto.

15/12: no al CSS Ravenna nel recovery plan

Nemmeno un euro di soldi pubblici del Recovery Found per il progetto CCS dell’Eni a Ravenna, in alternativa sosteniamo la proposta del “Porto Bene Comune” di Civitavecchia

BASTA DEVASTAZIONI AMBIENTALI, SOCIALI E SANITARIE. GIU’ LE MANI DALLE NOSTRE VITE, LE ALTERNATIVE ENERGETICHE ESISTONO, COSTRUIAMOLE INSIEME!

Dopo un lungo percorso collettivo fatto di studi, approfondimenti, confronti e dialoghi con movimenti, tecnici e scienziati di caratura nazionale e internazionale, in considerazione del vasto dibattito in corso sulla transizione energetica e tenendo conto della necessità di contrapporre alla pratica estrattivista delle multinazionali una serie di progetti alternativi ad emissione zero, la Campagna “Per il clima, fuori dal fossile” considera utile far conoscere in modo netto la posizione di merito sulla questione idrogeno. Riteniamo che attorno al possibile utilizzo di questo vettore nella transizione verso la neutralità climatica si stia artatamente alimentando una confusione “cromatica” ( idrogeno, grigio, blu, etc,etc ) che non giova né alla lotta contro i combustibili fossili né allo sviluppo di alternative serie, innovative e soprattutto percorribili sin da subito. Anzi, in questo momento particolare, la confusione è utilizzata ad arte dalle multinazionali del gas e non solo, così come dai pezzi della politica ad essi asserviti al governo ed all’opposizione, per:

-allungare i tempi del passaggio diretto all’idrogeno verde ed ad altre forme di energia rinnovabile -continuare ad utilizzare profittevolmente degli impianti già realizzati o da realizzare ( come l’Hub del Gas Tap-Snam del versante adriatico)

– utilizzare a pieno sia i contributi di 19 miliardi annuali regalati loro dalle istituzioni pubbliche che una parte cospicua dei fondi europei del Recovery fund e non solo.

Così, mentre da un lato si fa credere di andare spediti verso la transizione energetica, si sta riaffermando perlomeno per altri 30 anni lo stesso modello energivoro , climalterante e distruttivo dell’ambiente, della salute e del lavoro di sempre.

Vogliamo sottolineare da subito che in un’ottica di sostegno alla realizzazione e diffusione capillare di comunità energetiche rinnovabili e per lo sviluppo di strategie industriali in netta discontinuità rispetto alle attuali, ritiene valida la sola opzione dell’idrogeno verde ( prodotto da fonti esclusivamente rinnovabili ) e si oppone pertanto ad ogni ipotesi di ricavare idrogeno attraverso qualsiasi tipo di uso di carbone, olio combustibile, gas, nucleare o da combustione fossile seguita dalla così detta “Carbon Capture and Storage” (CCS).

Riteniamo che una riconversione vera possa essere decentrata e gestita dalle comunità locali, dia molto più lavoro di qualità , più salute e miglioramento del clima di quella che si attarda sul fossile come ampiamente dimostrato ormai nel mondo.

Per tutto questo siamo contrari ad ogni ipotesi di realizzazione di Hub CCS a Ravenna o in qualsiasi altra località italiana esprimendo al contempo l’interesse verso il progetto off grid, sviluppato attorno all’uso di rinnovabili e idrogeno verde, denominato “Porto Bene Comune”, ideato e proposto in questi mesi dai comitati di Civitavecchia. Progetto che sta aprendo possibilità di connessione anche con lo stesso mondo sindacale oltre che a quello istituzionale della città nella quale, davanti la centrale a carbone, abbiamo presentato la nostra piattaforma di lotta nazionale. Le alternative reali esistono, vanno realizzate!

Ce ne sono tutte le condizioni tecnologiche, sociali, ambientali ed economiche.

Con lo studio, la pratica di autorganizzazione energetica e sociale, con il radicamento territoriale.

Con la lotta senza quartiere ai criminali che inquinano le nostre vite e l’ecosistema.

Con la costruzione di un sempre più largo e cosciente movimento popolare diamo senso e prospettiva di cambiamento al nostro vivere ed futuro del pianeta.

Dicembre 2020

Campagna nazionale “Per il clima, fuori dal fossile”.

09/12: no css ravenna

Per il clima fuori dal fossile, in linea con il suo impegno protratto già da mesi contro il progetto di stoccaggio di co2 ENI di Ravenna, sostiene la campagna NO CCS – il futuro non si (S)tocca, insieme a numerose realtà ecologiste che si uniscono per dichiararsi fermamente contrarie alla proposta diEni di rendere #RAVENNA il sito di cattura e stoccaggio di anidride carbonica più grande del mondo.

I fondi europei del Next Generation EU non possono finire nelle tasche della più grande multinazionale del fossile partecipata dallo Stato italiano, è necessario far luce sulle contraddizioni deI progetto CCS!Primo appuntamento venerdì 11/12 alle 11.30, in via Aldo Moro 52 a Bologna, per il presidio e flash mob davanti alla sede della regione.

L’appello pubblico a tutte le realtà, associazioni, comitati, attivisti, esperti interessati per aderire e partecipare alla costruzione della campagna.IL FUTURO NON SI STOCCA!NO AL CCS DI ENI

Né a Ravenna né altrove

La crisi climatica sta devastando sempre di più il nostro pianeta e la diffusione del Covid-19 ha rafforzato la necessità di un’inversione di rotta radicale sui nostri stili di vita e sulle politiche ambientali, eppure a 5 anni dagli accordi di Parigi del 2015 siamo ancora lontanissimi dall’intraprendere concretamente la strada per l’azzeramento delle emissioni di CO2, che in Italia dovrebbe avvenire entro il 2030. Non solo: i grandi colossi energetici come ENI, con il sostegno del Governo italiano, della Regione Emilia Romagna e i soldi europei, non sembrano essere davvero interessati, se non per slogan e campagne di greenwashing, ad abbattere le emissioni, come dimostra il progetto di costruire a Ravenna il più grande ‘centro di cattura e stoccaggio della CO2’ del mondo.

Attraverso la tecnologia del CCS (Carbon Capture and Storage – o Sequestration),

ENI intende utilizzare i propri giacimenti di gas a largo della costa ravennate per immettervi tonnellate di CO2 ad altissima pressione; CO2 risultante da processi industriali o dall’attività dei loro stessi impianti, la cui produttività dunque non è messa in discussione

.Come attivisti e attiviste, esperti, associazioni, comitati e collettivi ecologisti che lottano per l’abbandono totale dei combustibili fossili, siamo contrari a questo progetto perché:- il CCS non è un modo efficace per abbattere la CO2, ma un espediente per tenere in vita processi produttivi e di approvvigionamento energetico altamente emissivi, mettendo di fatto la polvere sotto il tappeto;- il CCS viene adottato in primo luogo perché permette di estrarre ciò che resta nei giacimenti ravennati al termine della loro vita produttiva, cosí da immettere sul mercato altre quantità non trascurabili di combustibili fossili;- il CCS è una tecnologia sperimentale ancora in fase di ricerca, altamente costosa rispetto ai benefici economici (come già dimostrato in Norvegia);- sviluppare il CCS significa investire miliardi di euro pubblici che sarebbe invece necessario e urgente utilizzare per la transizione ecologica, tecnologie 100% green, energie rinnovabili;- lo stoccaggio, come hanno dimostrato analoghe attività in altre aree, potrebbe provocare un progressivo incremento della sismicità nel territorio ravennate, che già presenta un rischio sismico medio-alto ed è soggetto a significativi fenomeni di subsidenza;- Ravenna, i suoi preziosi mosaici e gli otto monumenti Unesco, non meritano di essere sede di “esperimenti”;- il progetto del CCS a Ravenna, qualora venisse approvato, diventerebbe un pericoloso precedente che ENI potrebbe replicare in altri siti in Italia.

Lanciamo pertanto un appello pubblico, aperto a tutte le organizzazioni, singoli, scienziati e personalità del mondo accademico per la costruzione di una grande campagna contro la costruzione del CCS di Ravenna per una allocazione dei soldi del Recovery Fund in progetti che permettono una transizione energetica e per un radicale cambiamento delle politiche energetiche del nostro paese.

Primi firmatari: Fridays For Future Italia Rete per l’emergenza climatica e ambientale dell’Emilia Romagna Campagna per il clima fuori dal fossile NO TAP – Brindisi Làbas – Bologna Forum Italiano Movimenti per l’acqua Prof. Vincenzo Balzani Prof. Leonardo Setti Tpo – Bologna Re:Common Redazione emergenzaclimatica.it Salvaciclisti Bologna Ass. eQual – Mantova Medici per l’ambiente Difendiamo l’ambiente con le unghie! Coordinamento provinciale comitati ambiente e salute – Reggio Emilia Parents for future – Castelfranco Emilia (MO)Parents for future – Bologna La materia dei sogni Verdi Forlì – Cesena Casa Madiba Network Rimini